Palmenti rupestri, tesoro della Calabria

Palmenti rupestri, tesoro della Calabria


In Calabria, come anche in altre regioni d’Italia e dei Paesi del Mediterraneo, si trovano, a volte nascoste tra la vegetazione o comunque in aperta campagna, vasche scavate nella roccia e utilizzate in antichità per fare vino. Questi “palmenti”, cosi sono per lo più definiti, sono composti da due vasche: una superiore, dove si pigiava l’uva e si facevano fermentare le vinacce, e una inferiore, più piccola, dove si raccoglieva il mosto che defluiva, tramite un foro, da quella superiore.

Di palmenti di questo genere, di origini molto antiche (furono realizzati dai greci, dai romani e, in epoche più recenti, dai bizantini...), se ne possono trovare molti soprattutto in Calabria, specie nell’entroterra collinare della costa ionica, nella provincia di Reggio Calabria. Nel tempo ne sono stati individuati circa 750 disseminati in un territorio delimitato a sud dalla fiumara di Bruzzano e a nord dal fiume Bonamico, e che comprende soprattutto i Comuni di Bruzzano, Ferruzzano, Sant’Agata del Bianco, Caraffa del Bianco e Casignana.

Non molto lontano da questi manufatti sopravvivono ancora oggi decine e decine di tipologie diverse di viti silvestri, vere e proprie reliquie botaniche, come sono state definite dal prof. Attilio Scienza, già ordinario di Scienze arboree all’Università di Milano, che ha approfondito la ricerca sui materiali vegetali e sui palmenti grazie anche alla passione di Orlando Sculli che nel 2002 ha pubblicato un interessante ricerca dal titolo “I Palmenti di Ferruzzano, e che nel tempo è divenuto paladino della difesa di questi straordinari reperti che raccontano la storia del vino in Calabria, conosciuta come Enotria, terra del vino, appunto.

Intorno a questi manufatti, nel corso del tempo, data la loro importanza, si è concentrata l’attenzione di studiosi di fama internazionale: da Patrick E. McGovern, docente di Antropologia all’università della Pennsylvania e direttore del Museum Applied Science Center for Archaeology della stessa università, a Lin Foxhall, esperta di archeologia classica dell’università di Leicester in Inghilterra; da John Robbe dell’università di Cambridge a Robert Winter docente di storia dell’arte presso il Rhine-Renoir College del North Carolina, al prof. Andrea Zifferero archeologo dell’università di Siena, che sul rapporto tra archeologia e viticoltura ha sviluppato molteplici ricerche tra la Toscana meridionale e Alto Lazio.

Ad arricchire il patrimonio dei palmenti rupestri già studiati e catalogati dal ricercatore Orlando Sculli, se ne aggiungono altri 24  localizzati e mappati nel comune di Sant’Agata del Bianco, di cui  13  visitabili, che vanno a costituire una sorta di ideale via del vino, di quello che i romani chiamavano «vinum multum et optimus». 

Dopo averli ripuliti con particolare attenzione, avendo rinvenuto nei loro presso frammenti di terracotta e ceramica e altri oggetti (fotografati e catalogati), l’Amministrazione comunale di Sant’Agata del Bianco, guidata dal sindaco Domenico Stranieri, li ha inseriti nelle linee programmatiche di mandato 2016/2021, individuando un percorso culturale capace di coniugare le bellezze del borgo antico con il fascino millenario della “Via dei Palmenti”, creando un polo attrattivo di forte impatto per i visitatori e gli studiosi. 

Questi manufatti scavati nella roccia da probabili «maestranze» greco-romane, bizantine e armene che su di essi hanno lasciato incisi segni e simboli nella roccia  sono oggi testimonianze preziose del passaggio di tanti popoli antichi dediti alla coltivazione della vite e alla produzione di vino nelle vasche scavate a mano. Jaine Gonzales, consigliere comunale e appassionato studioso della storia di Sant’Agata del Bianco, è uno spagnolo trapiantato in Calabria che punta a mettere in rete le diverse tipologie di palmenti di aree mediterranee, con l’utilizzo di risorse comunitarie, e a far uscire dall’anonimato questi straordinari reperti di una viticoltura arcaica che è giunta fino ad oggi e che possono rappresentare anche un suggestivo ed originale attrattore per lo sviluppo del turismo enonogastronomico. (di Saveria Sesto)