Oltre le sbarre: il vino del riscatto

Oltre le sbarre: il vino del riscatto


Il tema è il lavoro all’interno e all’esterno degli istituti penitenziari e, in particolare, il ruolo che vino, agricoltura e ristorazione possono svolgere nel processo riabilitativo dei detenuti. Un tema che coinvolge non solo le istituzioni politiche nazionali e locali, ma anche gli enti del Terzo Settore e le realtà che operano nell’ambito d’interesse, chiamati a riflettere sull’importanza del recupero sociale e professionale dei detenuti e a comprendere facilitazioni, limitazioni e bisogni che permettano una multifunzionale applicazione della recente legge sull’Agricoltura Sociale promossa dal Mipaaf. Con l’approvazione di questa legge, ha dichiarato il Viceministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali Andrea Olivero, il Ministero intende promuovere iniziative di welfare  che forniscono un’occasione concreta di riscatto e rinascita nella certezza che “dall’integrazione tra agricoltura, etica e legalità possa nascere una nuova stagione dei diritti e di coscienza civica“.

Come infatti ha recentemente sottolineato Alessandro Prandi, Garante comunale albese dei detenuti, in occasione della settima edizione di Vale La Pena (un intenso programma di iniziative dedicate alle tematiche carcerarie), “investire nell’economia penitenziaria e nell’agricoltura sociale, in termini di competenze, sensibilità, promozioni di reti e sinergie, significa anche investire in sviluppo economico, coesione sociale e sicurezza per i cittadini. Su 10 persone che entrano nelle prigioni italiane, 7 ci torneranno; si tratta di una delle recidive più alte in Europa. Il rapporto si inverte se durante la carcerazione hai potuto seguire un percorso finalizzato ad acquisire o ampliare competenze in ambito lavorativo. Il lavoro e la formazione sono, infatti, a tutti gli effetti l’unico vero antidoto alla cosiddetta recidiva ossia la possibilità di compiere nuovamente reati una volta tornati in libertà”. Se all’interno della casa di reclusione c’è stato un percorso di riabilitazione attraverso un mestiere, solo una piccola parte di detenuti commette di nuovo reati quando esce. Se il format funziona i detenuti si rendono utili e trovano così il loro posto nel mondo, senza ricadere nella criminalità, e tutto il sistema ci guadagna. E’ quindi vitale sensibilizzare l’opinione pubblica, le istituzioni, le associazioni no-profit e il tessuto imprenditoriale sulle opportunità normative, fiscali e di crescita che questo investimento potrebbe comportare.

Al di là del valore incorporato dal nesso tra vino e territori con significati socio-culturali che non sono necessariamente legati al suo contenuto materiale e organolettico, al di là del suo essere una filiera integrata multiforme che sa unire produzione agricola, dimensione industriale e commerciale sino alle suggestioni immateriali in quanto elemento identitario e conviviale, al di là della sua estrema varietà di offerta il cui filo conduttore  è l’italianità  che ne esalta la qualità delle senza alcuna pressione omologante, al di là ovviamente del valore di mercato e di potenzialità di sviluppo economico e turistico del nostro Paese, al di là di tutto questo l’Associazione delle Città del Vino ha da sempre creduto nel valore sociale del vino sia come veicolo della nostra cultura borghigiana, dell’educazione alla salute e alla sostenibilità, sia come strumento di sostegno per le fasce sociali più deboli dal punto di vista lavorativo e dell’integrazione (donne, giovani, immigrati, disabili, detenuti).

Perché se la cultura enogastronomica locale è il principale serbatoio di risorse, anche umane, che consentono al sistema produttivo di valorizzare il Made in Italy, il vino è riuscito ad incamerare, forse meglio di altri prodotti, il valore sociale che era in grado di esprimere (forte radicamento culturale, valore simbolico, prodotto tipico e di provenienza specifica, marchio italiano, elevati standard qualitativi, basso impatto ambientale, mantenimento del paesaggio e salvaguardia delle tradizioni, prodotto salutare se usato bene, soggetto a rigore nei controlli), evolvendosi negli ultimi 15 anni da bene di puro consumo a bene voluttuario, incrementando il proprio valore di mercato ed offrendo un tipico esempio di come il valore sociale dipenda proprio dalla cultura enogastronomica di produttori e consumatori.

Un processo di lunga deriva, strettamente connesso allo sviluppo sociale, culturale ed economico del nostro Paese, che ha visto la lenta trasformazione del settore primario dalla sua architettura arcaica ad un sistema produttivo avanzato, in grado di trattare e trasformare il frutto della terra in prodotti legati alla filiera agroalimentare, coniugando la cultura delle produzioni tradizionali con l’innovazione qualitativa dei prodotti. Il continuo lavoro di amalgama tra territorio e sapore è un patrimonio troppo prezioso per essere “sfruttato” senza essere continuamente ri-arricchito e i nuovi costi sociali generati di volta in volta dalla trasformazione dei consumi alimentari e dai nuovi processi produttivi sembrano aver sempre trovato adeguato bilanciamento in uguali o superiori benefici sociali.

In Italia sono diversi ormai gli esempi virtuosi che rappresentano la congiunzione ideale tra l’esigenza di mettere in campo percorsi lavorativi e la capacità del settore agroalimentare e ristorativo di creare comunità solidali offrendo un’occasione concreta di riscatto e rinascita ai detenuti dopo il fine pena, soprattutto nel campo dell’enogastronomia. Dai dolci che ogni giorno escono dal carcere di massima sicurezza di Padova Due Palazzi per essere venduti in 165 negozi in Italia, online e all’estero, al “Progetto Olio”’ del carcere fiorentino di Sollicciano dove  Frescobaldi ha messo a disposizione dei detenuti gli agronomi aziendali che hanno curato la fase didattica e conoscitiva di olivicoltura e delle sue forme fino ad arrivare alla raccolta delle olive ed all’estrazione dell’olio. Dai primi ristoranti operativi all’interno di un carcere (come il Liberamensa al Vallette di  Torino o InGalera nel carcere modello di Bollate)  al libro/mostra itinerante “Cucinare in massima sicurezza” ideato e scritto con persone detenute nelle sezioni di Alta Sicurezza dei penitenziari italiane, dove vengono descritte le idee e le formule inventate dai detenuti per ricreare, nei luoghi in cui si trovano, una sorta di normalità quasi domestica.

Vogliamo allora qui ricordare  alcuni tra i migliori progetti rieducativi sviluppati in questi anni nell’ambito della viniviticoltura, dell’agricoltura e della ristorazione e tradotti nel tempo in esperienze di particolare successo. Senza dimenticare che protagonista silenzioso di tutti questi progetti è la Polizia Penitenziaria, che quotidianamente e nonostante le carenze finanziarie e strutturali,  con grande senso di responsabilità garantisce la sicurezza, permettendone la realizzazione. Sicurezza intesa non come passiva sorveglianza  o assoluto controllo dei detenuti, ma come “conoscenza dinamica”, in cui gli operatori sono chiamati a riscoprire un’osservazione  finalizzata ad acquisire tutti gli elementi utili per una più giusta valutazione dei soggetti. (di Alessandra Calzecchi Onesti)

 

PIEMONTE: IL MODELLO “VALE LA PENA”

 

Syngenta –  gruppo internazionale attivo nel campo delle sementi, nel settore degli agrofarmaci e in quello florovivaistico – collabora da anni con l’Istituto Enologico Umberto I e la Casa Circondariale “Giuseppe Montalto” di Alba (CN) nel progetto “Vale La Pena”,  che vuole favorire il pieno rientro dei detenuti nel contesto della comunità locale e nelle opportunità offerte dal tessuto produttivo del territorio, attraverso la formazione agricola specifica e l’impegno diretto in un vigneto. Il progetto, nato nel 2009  da un’idea di Giovanni Bertello, insegnante e tecnico agronomo nel carcere di Alba, e sostenuto dalla direttrice della casa di reclusione Giuseppina Piscionieri,  mira al recupero sociale dei reclusi che hanno la possibilità di sviluppare le competenze e l’esperienza necessarie per essere impiegati nel settore viticolo una volta ultimata la pena, fornendo loro mezzi tecnici, formazione e assistenza per il mantenimento del vigneto, dell’orto e della serra all’interno del carcere e per la produzione del vino Valelapena. Per vinificare le uve (Barbera in maggioranza, ma anche Moscato e Dolcetto) prodotte nel carcere in località Toppino è stato siglato un accordo triennale con l’Umberto I che provvede alla vinificazione, imbottigliamento ed etichettatura, mentre per promuovere iniziative di reinserimento dei detenuti è stato costituito il Gol (Gruppo operativo locale) Alba- Bra, che coinvolge, oltre ai due Comuni, anche Asl, Consorzi socio-assistenziali, Provincia, il Centro per l’impiego e la Comunità montana, e la Fondazione Casa di Carità Arti e Mestieri ONLUS che ogni anno garantisce la formazione per ottenere la qualifica professionale di operatore agricolo a circa 15 detenuti. Con la scorsa vendemmia  sono stati prodotti 40 quintali di uva, quest’anno si punta ai 50 per una produzione annua di 1.400 bottiglie. Otto le persone impegnate nel vigneto nei mesi tra marzo e giugno, di cui tre provenienti dal carcere di Fossano grazie all’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario. Nel 2018 dovrebbe iniziare il corso per formare altre persone da inserire nella attività e, dopo il vigneto e la serra, la prossima tappa sarà la realizzazione di un noccioleto. L’annata 2015 si è arricchita di una nuova versione affinata in barrique che, in edizione limitata a pezzi unici e numerati, è disponibile in formato magnum  con l’etichetta realizzata in esclusiva dal fumettista Giampiero Casertano, apprezzato autore delle tavole per serie popolari quali Martin Mystère e Dylan Dog. I proventi delle vendite saranno interamente destinati a finanziare la prosecuzione del progetto “Vale La Pena”.

Info: cc.alba@giustizia.it

 

TOSCANA: IL BIANCO DELL’ISOLA CARCERARIA

 

Dall’Isola di Gorgona, la più piccola dell’Arcipelago Toscano a 20 miglia ad ovest di Livorno, arriva “Gorgona” (Costa Toscana IGT), un vino che nasce dalla collaborazione tra Frescobaldi e l’Istituto di Pena. Il territorio dell’Isola coincide con quello della casa di reclusione: 220 ettari, 56 celle, la Torre medicea con gli uffici, più di 50 detenuti su 80 che lavorano per buona parte della giornata. Le vigne erano state piantate nel 1999 e poi abbandonate perché la qualità del vino era tale da impedirne la vendita. Quando nel 2012 la direttrice Maria Grazia Giampiccolo (ora a Volterra) chiese a un centinaio di cantine di dare un senso alle giornate di chi sconta lunghe pene per gravi delitti, l’unico a rispondere fu Frescobaldi. Da allora i suoi agronomi ed enologi hanno trasferito ai detenuti importanti competenze professionali che potranno essere riutilizzate al termine del periodo di detenzione, per un più facile reinserimento nella società. Per i reclusi, pagati come i dipendenti dell’Azienda, lo stipendio è inoltre  una piccola fortuna che serve a sostenere le famiglie. Il vino, frutto di un uvaggio di Vermentino e Ansonica, varietà ormai qui perfettamente acclimatate, proviene da un piccolo vigneto di circa un ettaro, posto nell’unica zona riparata dai forti venti marini, nel cuore di un anfiteatro da cui si domina il mare. Il vigneto viene gestito in coltura biologica dai detenuti del carcere e  ha dato origine a sole 3.850 bottiglie per l’ultima vendemmia. Oltre al  bianco fresco e sapido, che viene venduto a 60 euro nei migliori ristoranti del mondo, qui si produce un rosso che profuma di mare: solo 600 bottiglie ottenute da Vermentino Nero e Sangiovese. Tra un paio d’anni altre vigne, piantate su una scarpata, daranno grappoli buoni per la vinificazione. Senza dimenticare che il progetto ha contribuito allo sviluppo di un piccolo mondo agricolo: i detenuti coltivano l’orto e vendono frutta e verdura, confezionano formaggi, infornano il pane, badano agli ulivi, allevano maiali, mucche, capre e una piccola mandria di cavalli avellinesi provenienti dall’ex carcere di Pianosa. Hanno  infine innalzato nuove serre e piantato altri alberi, sotto la guida dei  tecnici della Frescobaldi che insegnano loro come potare, innestare e curare le piante.

Info: www.frescobaldi.com

 

LAZIO: QUARTO DI LUNA, LE SETTE MANDATE E FUGGIASCO

 

A Velletri una piccola cooperativa di detenuti ed ex detenuti produce vini nella cantina all’interno del carcere, davanti ad un piccolo appezzamento di terreno che ospita giovani piante di olivo ed un piccolo frantoio. Il progetto è stato reso possibile grazie al lavoro della direttrice del penitenziario Donata Iannantuono, dell’agronomo  Marco De Biase, dell’enologo Sergio De Angelis, di alcuni agenti di polizia penitenziaria e di diversi detenuti che si sono offerti volontari. “Rosso di Lazzaria”, “Quarto di Luna”, “Le sette mandate” e “Fuggiasco” sono le etichette (alcune delle quali in vendita nei supermercati Coop di Lazio e Campania) che nascono dalla lavorazione e imbottigliamento di uve Sangiovese, Sauvignon, Chardonnay e Malvasia puntinata. Ma il progetto di recupero sociale non si ferma alla vitivinicoltura: oltre ad una stretta collaborazione nel realizzare  prodotti tipici locali con la Casa Circondariale di Rebibbia, all’interno della struttura si ricava anche un ottimo olio extravergine, viene curata una grande serra per ortaggi e frutta di oltre 3.500 metri quadrati, dotati dei più moderni mezzi di irrigazione w di sistemi di coltivazione biologici, e a breve sarà operante un piccolo impianto per la produzione di marmellate.

Info: lazzaria@alice.it

 

IRPINIA: “AL FRESCO DI CANTINA”

 

Nata nel 2007 e composta da giovani laureati e laureandi altirpini,  la Cooperativa “Il Germoglio” gestisce La Fattoria Sociale “Al Fresco di Cantina”: quattro bianchi dell’Irpinia – Fiano, Greco, Coda di Volpe e Falanghina – prodotti esclusivamente da detenuti e da uve provenienti da vigneti che essi coltivano all’interno delle mura della Casa di Reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi. La cooperativa nasce come “gesto concreto” del Progetto Policoro, un’idea progettuale fortemente voluta e sostenuta dalla Conferenza Episcopale Italiana ed è iscritta al Registro Regionale delle Fattorie Sociali c/o la Regione Campania. L’attività della Fattoria Sociale si suddivide in 4 fasi:  individuazione dei detenuti da avviare alle attività agricole, formazione tecnica e professionale, costruzione di un percorso di educazione al lavoro, attività lavorativa. La logica del  progetto  è incentrata sul rispetto del detenuto-persona più che del detenuto-lavoratore. L’inserimento lavorativo non si limita infatti al semplice adempimento di un compito ma si propone una piena valorizzazione della dignità della persona, con i suoi limiti, i suoi bisogni e i suoi diritti di integrazione sociale. In questo modo per i detenuti il lavoro rappresenta un’opportunità importante, sia per l’acquisizione di competenze lavorative spendibili in una fase successiva alla detenzione, sia per la sperimentazione di un diverso impiego del tempo di detenzione che diventa sempre più momento di conversione verso il vivere secondo legalità.

Info: www.cooperativailgermoglio.it

 

PUGLIA: IL VINO “OLTRE OGNI BARRIERA”

 

Nel 2016  nell’istituto penitenziario di Borgo San Nicola a Lecce è stato attivato un corso di degustazione del vino, il primo del genere in Italia. Sui banchi uomini donne “ospiti” dell’istituto, in cattedra esperti sommelier  e anche alcuni agenti della polizia con la passione per l’enologia che una volta a settimana, parlano di coltivazione della vite, di vendemmia, di tecniche di vinificazione e infine dei vitigni pugliesi analizzandoli uno ad uno, delle modalità giuste per conservare il vino e per servirlo, di principi e tecniche di abbinamento. L’esperimento innovativo, voluto dalla direttrice della casa circondariale Rita Russo e reso possibile grazie alla collaborazione della delegazione leccese dell’Associazione Italiana Sommelier e alla Cantina Feudi di Guagnano, punta all’arricchimento personale dei detenuti insegnando a degustare i grandi vini del territorio e a conoscerne la storia, più che alla creazione di un bagaglio materiale di competenze da utilizzare ai fini di un successivo reinserimento lavorativo.

Info: www.sommelierpuglia.it

 

PUGLIA: VINO «MADE IN CARCERE»

 

Un accordo siglato nel 2016 con il direttore del Casa Circondariale «Carmelo Magli» di Taranto Stefania Baldassari, il presidente del Centro di ricerca, sperimentazione e formazione in Agricoltura «Basile Caramia» di Locorotondo Antonio Palmisano e le Cantine San Marzano ha permesso che il mestiere del viticoltore facesse il suo ingresso dietro le sbarre. All’interno di un più ampio programma di attività che comprende anche una scuola di sartoria, un catering di cibi precotti e la coltivazione di un orto, a 10 detenuti è stata offerta la possibilità di seguire un corso triennale di formazione sulle attività vinicole, finalizzato ad successivo e qualificato inserimento lavorativo in un territorio a forte vocazione enologica. La coltivazione per la produzione di uva da vino interesserà i terreni agricoli adiacenti alle mura della struttura circondariale. Limitando il ricorso alla meccanizzazione,  i circa due ettari di vigneto tra qualche anno produrranno un vino da uve autoctone selezionate all’interno delle varietà storiche e a rischio estinzione contenute nel catalogo sul “Recupero del germoplasma dei fruttiferi, della vite e dell’olivo pugliese” realizzato dal Centro di ricerca sperimentazione e formazione in agricoltura “Basile Caramia” di Locorotondo, insieme al Sinagri, spin off dell’Università di Bari. Le forme di allevamento utilizzate sono quelle tradizionali (a cominciare dalle coltivazioni ad alberello) e le varietà vinificate Negroamaro spargolo, Malaca, Bombina, Montepulciano nostrano e Moscato giallo, cinque colture che la Regione Puglia  punta a preservare attraverso un finanziamento ad hoc per la salvaguardia della biodiversità regionale. Le bottiglie così prodotte creeranno un’etichetta originale e saranno commercializzate da San Marzano.

Info: www.cantinesanmarzano.com