Si torna a parlare di OGM

Si torna a parlare di OGM


L’occasione è data dalla recente pubblicazione  sul sito ufficiale dell’Università di Pisa di un comunicato (oggi ancora accessibile al seguente link: www.unipi.it/index.php/news/item/11829-mais-transgenico-nessun-rischio-per-la-salute-umana-animale-e-ambientale) dal titolo: “Mais transgenico? Nessun rischio per la salute umana, animale e ambientale”. Il comunicato, ripreso da gran parte della stampa e dell’informazione televisiva nazionale, ha innescato un acceso dibattito non solo in merito alla ricerca in oggetto, ma sull’intera questione della coltivazione degli OGM in Italia. Questione che su questo sito abbiamo indirettamente ricordato riportando alcune considerazioni emerse dal convegno sulle nuove tecniche di miglioramento genetico in agricoltura  promosso lo scorso febbraio dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, in collaborazione con il Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita, il Ministero della Salute e il Ministero dello Sviluppo Economico. La complessità delle prospettive e delle sfide che si aprono con l’uso delle New Breeding Techniquesnel settore agroalimentare non permette di abbandonare senza esitazioni le preoccupazioni sulla coltivazione e l’impiego degli organismi geneticamente modificati, ma una crescente fetta della comunità scientifica ritiene che, con le dovute cautele di tipo scientifico e normativo, obiettivi come l’aumento della produttività, il mantenimento degli ecosistemi, l’adattamento ai cambiamenti climatici o il miglioramento progressivo del la qualità del suolo potrebbero essere più facilmente raggiunti proprio dalle NBT, che raggruppano recenti tecnologie molto diverse tra loro raffinando ed estendendo tecniche convenzionali e tecniche consolidate di modificazione genetica.

Il documento dell’Università di Pisa (disponibile nella nostra sezione Studi e Ricerche insieme agli altri interventi citati)  tratta invece proprio degli OGM, sdoganandone la pericolosità sulla base di una presunta e corposa letteratura scientifica. Tra le tante reazioni che hanno sottolineato l’inaffidabilità e la debolezza dello studio riportato su 'Scientific Reports' e firmato dai ricercatori italiani Laura Ercoli, Elisa Pellegrino, Stefano Bedini e Marco Nuti, citiamo l’articolo “Media Reporting on New GMO Safety Study is Deceptive” uscito il 22 marzo scorso sul sito gmofreeusa.org e la lettera di Federbio ai comitati etici delle università pisane. Particolarmente articolato e interessante l’intervento di Tiziano Gomiero, “Anatomia di una bufala. Una analisi delle notizie riportate dai media italiani in merito ai risultati del lavoro di Pellegrino et al. 2018, e dei limiti del lavoro”, che si propone di fornire al lettore le informazioni che i media italiani hanno deliberatamente travisato e omesso di riportare, e che gli esperti che avrebbero potuto, e soprattutto dovuto, si sono ben guardanti dal correggere, sugli importanti limiti della ricerca e di conseguenza sulla pericolosità dell’affermazione che il mais transgenico non comporta “nessun” rischio per la salute umana, animale e ambientale. Il titolo è incongruente con gli esiti dello studio (gli effetti tossicologici non si riferiscono ai rischi posti dalla modificazione genetica  ma solo alla presenza di alcune micotossine, le fumosine, un dato peraltro già da tempo acclarato), il comunicato è mirato ad accreditare una tesi di parte che non ha una base scientifica reale nemmeno nello studio i cui esiti quel titolo avrebbe dovuto sintetizzare (secondo i media sono stati analizzati 6000 lavori svolti in 21 anni di ricerca in tutto il mondo: in realtà il lavoro di Pellegrino et al. ha usato i dati di soli 76 articoli), lo studio in nessun caso dimostra l’assenza di rischi connessi al consumo di tale prodotto e dei suoi derivati da parte degli esseri umani e degli animali in particolare per l’unico fattore citato che potrebbe indirettamente interessare la salute umana ovvero la presenza di micotossine nel mais transgenico (si è concentrato sulla coltivazione del mais transgenico e non sugli aspetti sanitari sui quali infatti non sono mai stati fatti esperimenti), solo per citare alcune delle criticità imputate al documento dell’Università di Pisa. Gomiero evidenzia inoltre la difficoltà di svolgere ricerca indipendente in questo settore, le ingerenze delle multinazionali del biotech nei risultati della ricerca, le complesse implicazioni legali della coltivazione di colture GM in Italia. E conclude affermando che, come tutte le tecnologie, anche le biotecnologie possono essere utili - nemmeno i più acerrimi avversari si oppongono al loro uso in campo biomedico, sempre che si rispettino l’etica e la volontà delle persone -  ma vi sono serie ragioni per essere attenti sull'uso che se ne sta facendo in campo agricolo laddove prevale il mito del “gene magico” ma forse soprattutto l’interesse legato ai potenziali investimenti delle multinazionali e ai possibili ricavi dalle royalties dei brevetti. Dubbi e perplessità comuni anche alla Tak Force per un’Italia libera da OGM, di cui fanno parte le Città del Vino. (Alessandra Calzecchi Onesti)