Il progetto Uomini e Cose a Vignale

Il progetto Uomini e Cose a Vignale


Pubblichiamo oggi l’affascinante racconto del progetto di archeologia pubblica “Uomini e Cose a Vignale” di cui abbiamo parlato in occasione del Consiglio Nazionale Città del Vino che lo scorso marzo si è riunito proprio presso l'Azienda Agricola Tenuta di Vignale a Riotorto (Piombino), dove negli ultimi quindici anni è stata portata alla luce un’area archeologica a più strati comprensiva del prezioso mosaico pavimentale di Aiòn. A firmarlo sono i protagonisti dello scavo, che coinvolgendo tutta la comunità locale si è rivelato nel tempo un prezioso strumento di  sensibilizzazione di giovani e adulti sui temi della protezione, della tutela e della conoscenza del patrimonio culturale e contemporaneamente di rivitalizzazione di una produzione vinicola le cui radici affondano negli strati più profondi della storia antica.

 

Il progetto Uomini e Cose a Vignale: dal progetto di ricerca archeologica al progetto di archeologia pubblica

Lo scavo archeologico di Vignale è iniziato nel 2003 come un “normale” intervento di tutela su resti archeologici minacciati dalle arature e si è progressivamente trasformato in un progetto complesso di archeologia pubblica, condivisa con la popolazione del territorio di riferimento e alla ricerca di nuove forme di sostenibilità, anche economica. Nel corso del tempo ci si è infatti progressivamente resi conto che sotto i campi di Vignale erano nascoste le tracce di molte attività umane, che si sono sviluppate nel corso di un millennio, tra 2.300 e 1.300 anni fa.

Giorno dopo giorno, anno dopo anno, lo scavo ha rivelato i resti di un edificio, forse una prima villa produttiva, collegata a un impianto di fornaci (III-II sec. a.C.), una lussuosa villa (I sec. a.C.), una stazione di posta e una grande terma decorata da pavimenti a mosaico (I-IV sec. d.C.), una ricchissima villa tardoantica  (IV-V sec. d.C.) con uno straordinario pavimento a mosaico, una necropoli (V-VII sec. d.C.).

Tanti resti, tante attività degli uomini del passato, tanta storia, tante storie. Ma le storie non sono nulla se non possono essere raccontate e mentre scavavamo intorno a noi è cresciuta l’attenzione di una comunità viva, fatta di uomini, donne, giovani, anziani e bambini, soprattutto bambini. Una comunità di un quartiere-paese (Riotorto), giovane e alla ricerca di una sua identità che nelle storie che emergevano dal campo di Vignale ha trovato un pezzo, importante, della sua identità.

La frase più bella che ci è capitato di sentire in questi anni è stata: voi ci raccontate le storie di cui noi abbiamo bisogno.

Tra gli archeologi che lavorano nel campo e la comunità che vive in un territorio è nata e si è sviluppata una grande avventura, emotiva e intellettuale; il campo ha smesso di essere solo un sito archeologico, ed è diventato un luogo di frequentazione quasi quotidiana, dove le persone possono entrare, parlare con gli archeologi, vedere con i loro occhi lo sviluppo dei lavori e, soprattutto, partecipare direttamente in varie forme.

Attualmente possiamo dire che Uomini e cose a Vignale è uno dei più grandi e articolati progetti italiani ed europei di archeologia partecipata e condivisa all’interno di una comunità. Di una comunità locale (quella di Riotorto e Piombino), di una comunità più allargata (la Val di Cornia) e di una comunità vasta (fatta dai turisti italiani e stranieri che frequentano ciclicamente, anno dopo anno, le nostre iniziative pubbliche).

In questo scenario di per sé così interessante un cambio di passo notevole è stato determinato da una scoperta per molti versi eccezionale avvenuta nel settembre del 2014. Un grande mosaico pavimentale policromo di epoca tardoantica (IV-V secolo d.C.), di eccezionale valore per le sue dimensioni (quasi 100 mq, sia pure con ampie lacune), per la raffinatissima tecnica esecutiva, opera di artigiani provenienti dall’Africa romana, e per la rarissima iconografia con un personaggio seduto su un globo celeste, che costituisce forse un possibile punto di contatto fin qui sconosciuto fra l’immagine dell’imperatore romano (che tra II e III secolo d.C. è spesso raffigurato seduto su un globo stellato nei medaglioni coniati al momento dell’incoronazione) e quella del Cristo che, a partire dalla seconda metà del V secolo, compare spesso raffigurato nelle absidi delle basiliche proprio seduto su un globo celeste. Al di là del suo eccezionale valore intrinseco, il mosaico è stato poi al centro di una storia romanzesca legata alla sua scoperta nell’800, poi alla sua scomparsa dalla percezione collettiva e infine al suo clamoroso ritrovamento, frutto di una segnalazione di un anziano abitante del paese.

La nascita del progetto “Villa del Mosaico”: un vino con una grande storia dentro

La scoperta del mosaico ha ulteriormente aumentato l’attenzione, in Italia e all’estero, sullo scavo di Vignale e sul progetto di archeologia partecipata e sostenibile e ha costituito lo scenario in cui si è sviluppata una nuova e più intensa sinergia tra l’équipe archeologica e diverse aziende del territorio, fra cui, in primo luogo, l’azienda agricola Tenuta di Vignale, proprietaria del terreno che dalla prima metà dell’800 è noto come Campo del Mosaico.

Da questa sinergia sono nati diversi progetti di conoscenza e valorizzazione del microterritorio, con una serie di attività che hanno visto sempre un buon successo di pubblico e una grande attenzione dei media locali e nazionali. In questo quadro si inserisce l’idea di creare “un vino con una storia”, per associare a un prodotto del territorio di eccellente qualità un valore aggiunto rappresentato dalla dimensione storica in cui quello stesso prodotto si inserisce.

Il toponimo Vignale è attestato nelle fonti scritte per la prima volta nel 980, con un evidente richiamo a una vocazione produttiva che risale molto indietro nel tempo. Lo scavo dell’insediamento di epoca romana ha riportato infatti alla luce, tra le altre cose, i resti di una edificio di età repubblicana interpretabile come parte di una villa produttiva, posta tra la laguna di Falesia e le prime balze collinari, in un luogo ideale per la coltivazione della vite. Le fornaci individuate nella porzione di sito a valle della vecchia Aurelia sembrano collegate proprio all’aspetto produttivo della villa: in esse venivano infatti cotte le anfore che servivano per conservare il vino e gli altri prodotti della villa; essendo posta sul limitare della laguna, si suppone infatti che anche l’allevamento del pesce potesse costituire una risorsa importante.

Una storia, quella del vino di Vignale, che inizia dunque nel mondo romano e riemerge poi nell’800, quando l’allora proprietario del campo, il cavaliere pisano Lelio Franceschi, si impegnò con il Granduca di Toscana Leopoldo II a tutelare le terme e il mosaico che erano stati appena scoperti e a piantare a vigna il campo attiguo, denominato da allora appunto “Campo del Mosaico”.

Nella prescrizione imposta dal Granduca a Franceschi la vigna costituisce una sorta di protezione per i resti antichi da poco scoperti: si tratta di una coltura stabile, che una volta impiantata, non richiederà lavorazioni del terreno in profondità che possano danneggiare eventuali resti antichi sepolti nel terreno (una sorta di primo parco archeologico ante litteram). Il primo vigneto che rinasce nei terreni pianeggianti di Vignale, dopo la lunga pausa in cui la palude aveva avuto il sopravvento sulle coltivazioni, è un vigneto che nasce in stretto collegamento con i resti della villa antica e che, con alterne vicende, occuperà il campo di Vignale almeno fino alla metà degli anni Ottanta del Novecento.

Questo legame deve essere rimasto nella memoria collettiva perché la Tenuta di Vignale produceva il vino “Villa del Mosaico” ben prima dell’inizio delle indagini archeologiche, con una etichetta in cui era rappresentata una antica formella di pietra rinvenuta durante i lavori agricoli (che ora sappiamo essere un elemento di un prezioso pavimento in opus sectile della villa).

Il vino “Villa del Mosaico” richiamava probabilmente a tutti il passato di quella porzione di territorio, ma soltanto di recente ha acquistato il sapore di una storia che comincia da lontano: una storia che è rimasta a lungo nascosta in quel campo ma che adesso, grazie alla straordinaria sinergia che si è creata con la Tenuta di Vignale, con le realtà imprenditoriali del territorio e soprattutto con la comunità di Riotorto, sta rinascendo dal lavoro degli archeologi come patrimonio identitario di tutti. Il progetto “Villa del Mosaico” vede affiancato il team degli archeologi e l’Azienda Tenuta di Vignale nella promozione della storia e dell’economia del territorio in cui si trova il sito. Dopo la scoperta del mosaico della grande sala nel 2014, il vino è stato rietichettato con un dettaglio del mosaico che è anche la base da cui nasce il logo del progetto Uomini e Cose a Vignale.

L’idea di questo progetto è che l’archeologia possa conferire un valore aggiunto a un vino di ottima qualità, trasformandosi in un elemento di sviluppo economico sostenibile di un microterritorio. Sul retro delle bottiglie si trova un QR code che rimanda al sito www.uominiecoseavignale.it e una breve nota in cui si spiega come nasce la bottiglia che l’acquirente ha in mano: se deciderà di acquistarla, sceglierà un prodotto a chilometro zero, di ottima qualità, contribuendo a sostenere il progetto di archeologia pubblica Uomini e Cose a Vignale.

Dott.ssa Elisabetta Giorgi - Prof. Enrico Zanini

Dipartimento di Scienze Storiche e dei Beni Culturali - Università degli Studi di Siena

 

 

 

 

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