Toscana, il PIT non va demonizzato

Toscana, il PIT non va demonizzato


di Paolo Benvenuti • direttore dell’Associazione Nazionale Città del Vino

Il dibattito – con punte di forte criticità – che si è sviluppato intorno al Piano Paesaggistico Territoriale della Regione Toscana, approvato di recente all’unanimità dal Consiglio Regionale, fa pensare ad alcune considerazioni.
Il paesaggio ha un valore strategico per il nostro Paese e, in particolare, per quei territori che – come accade in Toscana – ne hanno fatto un carattere distintivo. Le immagini del paesaggio toscano sono ben riconoscibili e costituiscono uno strumento di identificazione (e di identità) di straordinaria efficacia per la comunicazione e la promozione delle tante qualità della regione, ed è esso stesso percepito come sinonimo di “bellezza”.
Tra queste qualità ci sono la viticoltura e il vino; il paesaggio vitato – infatti – costituisce l’elemento più caratterizzante dell’immagine della Toscana nel mondo ed è anche grazie ai vignaioli che oggi ammiriamo tanta bellezza.

Questo paesaggio, perché mantenga questi suoi caratteri di unicità che lo rendono simbolo di una intera regione, ha bisogno di essere ben gestito e per farlo occorrono delle regole, anche “minime”, che consentano di stabilire cosa sia giusto fare – o non fare – affinché questa sua caratteristica non venga meno.
Il richiamo dei Consorzi dei produttori (tra i più critici) ad una presunta offesa libertà di azione nella gestione dell’attività vitivinicola in relazione alle norme previste dal Piano, appare assai rischioso. Il tema, infatti, non può essere solo la “libertà di impresa” ma anche la qualità di questa attività imprenditoriale che nello specifico non può non tener conto dell’intreccio, ad esempio, tra l’andamento dei mercati e dei consumi con il problema dei cambiamenti climatici e della tutela dell’ambiente; si rischia di ragionare sul contingente ma di non farlo a sufficienza per quanto riguarda gli scenari futuri, per quello che potrà essere la viticoltura toscana (ma anche italiana) e come si potrà modificare in funzione di oggettive necessità di adeguamento.

Il Piano Paesaggistico territoriale non contiene prescrizioni aggiuntive; prende atto dei vincoli già esistenti e offre – e qui sta il suo oggettivo valore – una analisi la più approfondita possibile del territorio toscano. Mai uno studio di questo genere era stato realizzato con tale dettaglio e precisione. Non solo, ma tiene conto anche dello stato dell’arte della ricerca scientifica e delle indicazioni tecniche su come è opportuno fare oggi nuovi vigneti in rapporto la suolo e alle caratteristiche del territorio.

L’approfondimento del rapporto tra agricoltura e urbanistica costituisce un ulteriore aspetto innovativo del Piano, in quanto cessa definitivamente la vecchia impostazione secondo la quale il territorio urbano e quello rurale erano due mondi separati (la definizione “extraurbano” ora, finalmente, è caduta in disuso) mentre sollecita una nuova visione del rapporto tra città e campagna attraverso una opportuna integrazione delle politiche di gestione del territorio. Tra i suoi aspetti positivi riguardanti i territori rurali, ad esempio, va ricordata l’opportunità che offre per il riutilizzo dei terreni incolti, molti dei quali trasformatisi, nel corso del tempo, in aree boschive a causa del loro abbandono.

Manca, semmai, tra gli elaborati del Piano, una carta delle vocazioni dei terreni, affinché le imprese sappiano con maggiore certezza cosa produrre e dove, per farlo meglio e con garanzia di maggiore qualità. Del resto, questa è una esigenza manifestata soprattutto dalle aziende vitivinicole che sono state le prime ad aver realizzato, per conto proprio, lo studio delle vocazioni dei loro terreni attraverso la “zonazione”. Più conoscenza può solo far bene.
Il tema, quindi, è quello di governare lo sviluppo, attraverso il metodo della condivisione degli indirizzi e delle regole, come l’Associazione da sempre auspica e indica anche attraverso la propria elaborazione progettuale del Piano Regolatore delle Città del Vino; laddove è stato attuato o preso a modello per la redazione di piani strutturali e piani urbanistici comunali, ha prodotto benefici effetti consentendo alle parti in causa, Enti locali e imprese, di confrontarsi e di scrivere insieme le regole da rispettare.
Il confronto è necessario per capire e per mediare.
Altrimenti può accadere come in Veneto dove alcuni gruppi di acquisto solidale stanno comprando terreni per impedire nuova viticoltura “intensiva” e altra cementificazione, idelogizzando il tema della tutela dell’ambiente. Ma le ideologie non servono, servono invece le idee.

Il rischio che non va corso è quello di tornare indietro; oggi molte aziende – se a suo tempo avessero avuto sufficienti elementi di conoscenza che il Piano oggi mette a disposizione – probabilmente avrebbero fatto altre scelte tecniche, colturali e produttive e si sarebbero evitati anche interventi riparatori per piccoli o grandi dissesti idrogeologici, per altro molto costosi.

Curioso, infine, il fatto che mentre in Piemonte i territori vitati delle Langhe, del Roero e parte del Monferrato vengono dichiarati patrimonio dell’Umanità dall’Unesco (con conseguenti specifiche “attenzioni” proprio sul paesaggio), in Toscana si continuino a considerare le norme di salvaguardia dei limiti e non delle opportunità. Tra l’altro, non risulta che nelle varie fasi di avvicinamento al riconoscimento Unesco, il dibattito in Piemonte abbia assunto toni particolarmente aspri e si sia banalmente trascinato tra i “pro” e i “contro”. L’area storica del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene sta facendo un percorso analogo.

Nessuno, giustamente, vuole un territorio-museo, abbiamo invece bisogno di un territorio di valore che, mutando nel tempo, mantenga però la sua identità.
Quando si dice che è grazie al lavoro degli agricoltori di ieri e delle imprese di oggi che si è disegnato questo paesaggio, si dice una grande verità; gli agricoltori, i vignaioli, le imprese vitivinicole sono essi stessi produttori di paesaggio e sono i primi a volerlo tutelare perché sanno quanto vale. Purché questo disegno non sia rovinato da errori – per restare in metafora – di pittori che non sanno come tenere in mano il pennello.