“Rompere le regole: creatività e cambiamento”: dialoghi sugli uomini e sulle città

“Rompere le regole: creatività e cambiamento”: dialoghi sugli uomini e sulle città


Rompere le regole: creatività e cambiamento” è il tema della nona edizione di Pistoia - Dialoghi sull’uomo,promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia e dal Comune di Pistoia, ideato e diretto da Giulia Cogoli. Quest’anno il festival di antropologia del contemporaneo ha chiamato antropologi, filosofi, storici, scrittori e pensatori italiani e internazionali, a riflettere su cosa abbia fatto evolvere la civiltà umana, quale sia il motore che spinge costantemente l’essere umano al cambiamento e quanto sia importante rompere le regole per rinnovarsi, per sopravvivere o semplicemente per vivere meglio.

Un tema, quello dell’impulso creativo che scaturisce con forza da incroci e ibridazioni culturali, quanto mai attuale in un momento storico caratterizzato da imponenti flussi migratori e da una globalizzazione pervasiva. E’ di questi giorni, solo per fare un esempio legato alla realtà italiana, la notizia che il Made in Italy è trainato dagli immigrati: senza quella manodopera impiegata nelle colture e negli allevamenti, che spesso opera in condizioni di sfruttamento e viene allo stesso tempo percepita come "invasione straniera", le produzioni si bloccherebbero. E la stessa constatazione potrebbe essere ipotizzata per altri settori, come la scuola o la sanità.

La conoscenza reciproca e il dialogo sono le chiavi di volta per lo sviluppo delle relazioni umane, per recuperare valori forti, per accompagnarci verso un incontro ineludibile per la salvezza della nostra specie e per fronteggiare il flusso migratorio. Occorre abbandonare vecchi pregiudizi e guardarsi negli occhi, perché, come diceva Plinio Il Vecchio, “ex Africa semper aliquid novi”, dall’Africa ci arriva sempre qualcosa di nuovo. Dall’”altro” sempre ci arriva qualcosa di nuovo.

Siamo però molto più numerosi, sempre più connessioni ci legano gli uni agli altri e rispetto alle generazioni che ci hanno preceduto produciamo, scambiamo, viaggiamo e consumiamo di più. Le conseguenze collaterali indesiderate sono molteplici: inquinamento, alienazione, surriscaldamento. Per evitare la fine del mondo così come lo conosciamo al genere umano si richiede di rallentare, raffreddare, ridimensionare o persino fare di più con meno: la “resilienza” non implica solo il resistere o il saltare indietro, ma anche il realizzare un atto creativo migliorando la propria condizione di partenza.

In un’epoca in cui la socialità umana si è sviluppata in forme inedite (connessione in rete, social network, circolazione planetaria di capitali, turisti, saperi e informazioni) spesso dominate dalla paura del diverso, la capacità empatica - considerata la base evolutiva dell’interazione e cooperazione sociale - si trova di fronte a nuove sfide che richiedono appunto un impegno creativo per esplorare il mondo dell’”altro”. E’ possibile che diventeremo tutti, a un certo punto, un po' più fragili, ma resteremo cittadini creativi e originali, tutti diversamente creativi e tutti portatori di diritti.

Oggi assistiamo peraltro ad un’inversione di valori, che porta a rompere le regole, cancellare sia il passato che il futuro. Alla “democrazia del pubblico” è subentrata una “democrazia im-mediata” che, attraverso la rete, salta e contesta ogni mediazione, ma è soprattutto la sfiducia a compromettere le relazioni personali e sociali e a indebolire il tessuto della società.

Così come pure cambia il rapporto tra legge, libertà, desiderio e creatività: quando il peso delle regole morali spegne la vita e schiaccia il desiderio, interviene la psicoanalisi a sottrarre l’uomo da questo peso, per restituirgli la libertà del desiderio e della creatività come manifestazione del desiderio stesso. In un’epoca di adulti fragili e adolescenti difficili anche una scuola con classi eterogenee, che sostenga la battaglia dell’integrazione, può diventare luogo di rottura, di cambiamento, di resistenza etica, dove recuperare il rapporto virtuoso tra famiglia, educazione e ambiente sociale.

Le relazioni tra estranei sono d’altra parte immancabili nella nostra specie, incontrarsi tra “alieni” è stato l’asse portante di tutte le storie umane. La paleontologia e l’antropologia ci raccontano le motivazioni che, duecentomila anni fa, hanno portato l’Homo sapiens a prevalere e diffondersi su tutto il pianeta diventando pensante e creativo. Oggi che la maggior parte della popolazione mondiale abita in città, il cambiamento è rappresentato dalla “città aperta”, dove i cittadini possono mettere in gioco attivamente le proprie differenze e creare un’interazione virtuosa con le forme urbane. Per costruire e abitare questa città, la sociologia ci invita a praticare una sorta di “modestia”: vivere uno tra molti, coinvolti in un mondo che non rispecchi soltanto noi stessi.

Un ipotesi po’ difficile da mettere in pratica, però, se si accetta la tesi di fondo espressa dall’affascinante e denso affresco di Sapiens. Da animali a dèi. Breve storia dell'umanità” pubblicato nel 2014 dallo storico, saggista e professore universitario israeliano Yuval Noah Harari. Con un approccio multidimensionale che collega le diverse discipline come storia, biologia, filosofia ed economia ed utilizzando un punto di vista sia macro che microindividuale, Harari rinarra la storia della nostra specie da un punto di vista completamente nuovo. Settantamila anni fa erano presenti sulla terra almeno sei specie umane diverse, il cui impatto ecologico era inferiore a quello di moscerini e meduse. Oggi, c’è solo una specie umana rimasta: noi, l’Homo sapiens. E l’Homo sapiens domina il mondo perché è l’unico animale a credere in cose che esistono puramente nella propria immaginazione, come dei, stati, denaro e diritti umani. Partendo da questa provocatoria idea, il libro spiega che il denaro è il sistema di fiducia reciproca più universale e più efficiente mai creato, che il capitalismo è la religione più di successo mai inventata e che pur essendo molto più potenti dei nostri avi non siamo più felici. Dice anche che i Sapiens sono serial-killer ecologici che già con gli strumenti dell’età della pietra avevano fatto fuori metà dei più grandi mammiferi terrestri, che la rivoluzione agricola è stata la più grande frode della storia (non è stato l’uomo a domesticare pecore e frumento, quanto piuttosto il contrario), che il trattamento degli animali nell’agricoltura moderna è probabilmente il peggior crimine della storia. Oggi, insomma, siamo sul punto di diventare “dei” che non devono rendere conto a nessuno - siamo padroni del territorio che ci sta intorno, abbiamo incrementato la produzione alimentare, costruito città, fondato imperi e creato estese reti commerciali - ma alla ricerca esclusiva del nostro benessere sembriamo più irresponsabili, soprattutto nei confronti dell’ecosistema naturale e animale, e più insoddisfatti che mai.

Dalla treno della storia però non si può scendere e il futuro - nel bene o nel male - è ignoto: le conquiste o i disastri che ora appaiono a portata di mano o inevitabili potrebbero non realizzarsi mai a causa di ostacoli imprevisti e nuovi scenari sono sempre pronti ad affacciarsi. La sola cosa che possiamo fare è tentare di influenzare la direzione che stiamo prendendo e interrogarci su “cosa vogliamo diventare” ma soprattutto su “cosa vogliamo volere”.

Ecco allora che, riportando il discorso su un piano più concreto e più vicino alla nostra quotidianità, possiamo applicare il tema della rottura creativa delle regole per rinnovare le forme di relazione e di convivenza ai processi di cambiamento e di movimento che anche città e paesaggi devono mettere in pratica per adattarsi alle mutazioni delle comunità e dei mercati, ai progressi delle conoscenze scientifiche, alla necessità di evolversi attraverso la riqualificazione dei tessuti esistenti, la razionalizzazione delle funzioni, il risparmio energetico e il miglioramento dei servizi collettivi. Una rigenerazione dell’ambiente che ci circonda tutta da reinterpretare, che garantisca un equilibrio sostenibile tra città e campagna, che eviti sprechi di energie e di risorse, che passi per la partecipazione attiva dei cittadini alle trasformazioni urbane e sociali e alle politiche di sviluppo locale. Nella consapevolezza che il “vivere bene” non significa ricerca del lusso o rincorsa all’eccesso né può passare per lo sfruttamento insensato di uomini e cose, ma deve esprimere un’idea nuova del bello, del buono, del giusto e della natura. (di Alessandra Calzecchi Onesti)