Dall’impero alla periferia

Dall’impero alla periferia


Parafrasando Eco che negli anni Settanta scriveva “dalla periferia dell’impero” per raccontare un’Italia in trasformazione ma ancora un po’ bigotta e provinciale in un ambiente allora dominato dagli Stati Uniti d’America, oggi potremmo dire “dall’impero alla periferia” per sottolineare l’importanza delle  periferie urbane all’indomani dell’annuncio della bocciatura governativa al “rammendo” dei sobborghi di piccole e grandi città italiane.

Il decreto Milleproroghe ha infatti bloccato un piano di interventi di carattere strutturale per i quali 120 Comuni e Città metropolitane hanno ricevuto fondi per poter intervenire in situazioni come Corviale a Roma, Scampia a Napoli o l'hinterland di Milano.

Nonostante il Governo parli di riprogrammazione degli interventi e assicuri che in realtà il decreto ha liberato un miliardo per gli investimenti negli anni 2018/2021, i sindaci sono scesi sul piede di guerra contro il congelamento cheap replica rolex delle risorse destinate alla riqualificazione delle aree urbane più difficili. Antonio Decaro, presidente dell’Anci e sindaco di Bari, lo definisce un “furto con destrezza”, contesta l’affermazione che non ci sia copertura per il miliardo e 600 milioni destinati ai 96 progetti del bando periferie (per i quali, peraltro, molti appalti sono già partiti) e invita gli interlocutori istituzionali ad un ripensamento.

Forte la protesta del senatore a vita Renzo Piano, che ha dedicato gran parte delle sue competenze alle zone marginali delle città fino a creare nel 2016 un gruppo di lavoro composto da giovani architetti - il G124 - che puntano al “rammendo” delle periferie attraverso piccoli progetti partecipati là dove i piani regolatori non hanno funzionato, dove il rapporto tra servizi e persone si è rotto o non è mai esistito, dove gli spazi dedicati alla socialità sono stati progressivamente riempiti da emarginazione e abbandono. Il rammendo, ricorda Piano, è il contrario delle grandi opere, significa cantieri leggeri, interventi d’amore che rivitalizzano la vita associata e riaccendono l’immaginazione, l’orgoglio, la dignità  di chi vive ai confini.

Grande contrarietà al ritiro dei finanziamenti anche da parte delle Città del Vino, che da anni parla di una nuova reciprocità tra città e campagna in cui le città devono ritrovare un loro confine a partire dalle esigenze della campagna e del paesaggio e lo possono fare attraverso strumenti urbanistici come il Piano Regolatore delle Città del Vino.

Proprio le periferie rappresentano il "luogo" di confine tra la città e la ruralità, tra paesaggio cittadino e paesaggio profondo dell'agricoltura  - dice Paolo Benvenuti, direttore dell'Associazione che riunisce i Comuni a vocazione vitivinicola - Ed è nelle periferie che maggiormente sopravvivono giardini, orti,  piccoli lembi agricoli e vigneti che spesso sono in abbandono. Così come nelle periferie più facilmente è possibile introdurre modelli innovativi di sviluppo, di produzione, di agricoltura sociale e di corretta alimentazione basati sulla cosiddetta filiera corta, dagli acquisti a Km0 e la diffusione dei farmers market ai gruppi di acquisto solidali e agli orti urbani.  Su questo tema, ora più che mai, siamo chiamati ad applicare una “rottura creativa delle regole” per rinnovare le forme di relazione e di convivenza ai processi di cambiamento e di movimento che anche città e paesaggi devono mettere in pratica per adattarsi alle mutazioni delle comunità e dei mercati, ai progressi delle conoscenze scientifiche, alla necessità di evolversi attraverso la riqualificazione dei tessuti esistenti, la razionalizzazione delle funzioni, il risparmio energetico e il miglioramento dei servizi collettivi. Una rigenerazione dell’ambiente che ci circonda tutta da reinterpretare, che garantisca un equilibrio sostenibile tra cheap replica watches uk città e campagna e che passi per la partecipazione attiva dei cittadini alle trasformazioni urbane e sociali e alle politiche di sviluppo locale”. (di Alessandra Calzecchi Onesti)