L'agroalimentare italiano continua a crescere

L'agroalimentare italiano continua a crescere


Più 4% di crescita della produzione e 5% di redditività: sono questi i dati che emergono dall’outlook previsionale triennale sulla filiera agroalimentare, tra le più rilevanti nell’economia nazionale contando oltre 1,2 milioni di imprese e 3 milioni di occupati, prodotto da Crif in collaborazione con Nomisma. L’analisi di filiera, contrariamente a quella di settore, consente una visione “verticale” delle imprese utile a cogliere l’effetto sistemico nelle performance di aziende tra loro collegate.
 
Anche nel 2017 è proseguita la ripresa dei consumi food & beverage grazie al miglioramento dello scenario macroeconomico nazionale e del migliorato potere di acquisto delle famiglie italiane, che nell’anno hanno speso oltre 243 miliardi euro in generi alimentari e bevande, con un balzo a valori costanti dell’1,5% rispetto al 2016. Tale aumento è da ricondursi in primis alle dinamiche del fuori casa (+3,7%), che vale 83 miliardi euroossia il 34% del totale; in lieve crescita anche la componente domestica (+0,5%), che intercetta i restanti tre quarti della spesa per alimenti degli italiani.
 
I cambiamenti più significativi si sono registrati nella composizione dei consumi alimentari, sotto la spinta dei nuovi trend di consumo e dei cambiamenti negli stili di vita. Tra i nuovi driver di consumo, origine, qualità certificata e valori salutistici degli alimenti rappresentano i principali fattori che stanno riconfigurando il carrello della spesa. Da anni continuano, difatti, ad aumentare le vendite dei prodotti che richiamano l’italianità (100% Made in Italy, Dop), degli alimenti ad alto contenuto di servizio che assicurano time saving (es. piatti pronti ed insalate IV gamma) cosi come di quelle referenze che garantiscono attributi di salubrità e naturalità (si pensi agli alimenti free-from o rich-in). In tale scenario in cui si presta sempre maggiore attenzione a ciò che si mangia, un ruolo di primissimo piano è giocato dal biologico: nel giro di pochi anni il numero di famiglie acquirenti di prodotti a marchio bio è infatti passata dal 53% del 2012 all’attuale 83%.
 
“Si è ancora ben lontani dai tempi pre-crisi tanto che se si considera il trend decennale, i consumi interni risultano nel complesso in calo del 5,2% - dichiara Emanuele Di Faustino, project manager agroalimentare di Nomisma - Notizie più positive arrivano invece dalla capacità di presidio dei mercati internazionali, con la domanda estera di prodotti Made in Italy non ha accennato ad arrestarsi. Nel 2017 le vendite sui mercati internazionali, vero traino del fatturato dell’agroalimentare italiano, hanno raggiunto 40 miliardi euro, +67,8% su base decennale e +5,5% rispetto al 2016”. 
 
E, sebbene sia in lieve rallentamento, l’espansione dell’export continua anche nel 2018 (+2,5% nel I semestre).
 
Outlook previsivo 
In questo quadro si inserisce l’analisi previsionale della filiera per il prossimo triennio, definita con una suite di modelli econometrici predisposti da Crif e nella cui specificazione sono inclusi i principali fattori esogeni ed endogeni in grado di influenzarne le performance.
Assumendo uno scenario di moderata ripresa dell’economia nazionale e di sostanziale stabilità dei prezzi delle commodity agricole, per il periodo 2018-2020 si stima una crescita mediana annua a prezzi correnti della produzione di filiera pari al 4,0%, superiore a quella stimata per l’economia nazionale (3,5%). 
 
“All’interno della filiera, la performance migliore sarà quella delle imprese dei servizi (+4,6% medio), che beneficeranno maggiormente della prosecuzione del trend di crescita dei consumi away from home – dichiara Pierpaolo Cristaudo, big data & marketing analytics director di Crif - L’export sarà l’altro grande fattore trainante la produzione nazionale, che spingerà in particolar modo gli anelli di trasformazione e materie prime. Meno positiva rispetto al resto della filiera, invece, la crescita prevista per l’anello della distribuzione (+3,0%), penalizzato dal rallentamento delle vendite nella Gdo”.
 
In termini di redditività, si prospetta una condizione di sostanziale stabilità per le imprese della filiera. La performance più positiva si rileva per l’anello materie prime, con una redditività stimata all’8,4%, in leggera crescita rispetto al 2017. In questo caso, gli elementi trainanti saranno la crescente spinta dell’export accanto ad un corso favorevole dei prezzi dei fattori produttivi (es. mangimi). Per i restanti anelli, la redditività resterà stabile come risultato della compensazione tra la crescita degli ordinativi ed un lieve aumento nei prezzi degli input produttivi (materie prime agricole ed energia). Concludendo, il trend di cambiamento di stili alimentari e di vita, unitamente al consolidamento delle vendite nei mercati internazionali dei prodotti food Made in Italy, pongono la filiera agroalimentare come ambito di interesse per gli intermediari finanziari che intendano perseguire obiettivi di crescita sostenibile delle erogazioni.
 
Nota metodologica
Lo studio, che si inserisce nel progetto ‘Osservatorio Filiere’ che nei prossimi anni verrà sviluppato con cadenza periodica, offre una panoramica dettagliata del sistema delle filiere definito da Crif e Nomisma. Per individuare le filiere è stato utilizzato un approccio metodologico su una base dati iniziale composta dai codici Ateco, arricchita con informazioni provenienti dal web estratte con algoritmi di text mining, in modo da ricostruire le relazioni commerciali tra tipologie di aziende. Le elaborazioni effettuate su questa base dati hanno consentito di raggruppare tra loro le aziende simili e di far emergere le relazioni tra gruppi. I gruppi con maggiore intensità di relazioni tra loro sono stati clusterizzati in filiere. Su alcune filiere sono state sviluppate ulteriori sotto-segmentazioni, per identificare quelle particolarmente rilevanti nei singoli territori. Il patrimonio informativo utilizzato nello studio ha consentito, inoltre, l’individuazione della posizione prevalente lungo filiera: le aziende di ogni filiera sono state collocate in anelli “a monte” o più “a valle” in funzione del ruolo che giocano nella filiera stessa. Questo ha permesso di isolare nelle filiere gli anelli: “produzione”, dedicati alla produzione di materie prime, componentistica, e semilavorati; “trasformazione”, in cui si trovano i produttori dei beni finiti, gli assemblatori, etc; “distribuzione”, dedicati alla parte di commercializzazione dei beni; “servizi”, in cui sono compresi i fornitori di servizi e beni a supporto della filiera (si pensi ad esempio ai servizi di progettazione e ai laboratori nelle filiere meccaniche, ai produttori di macchine agricole per la filiera agroalimentare, ecc.). In conclusione, l’analisi di filiera non intende andare a sostituire ai modelli di analisi consolidati per comprendere le dinamiche del tessuto produttivo italiano, ma vuole essere uno strumento in più per meglio comprenderne le differenze e abilitare azioni coerenti con le peculiarità. Inoltre, l’analisi per “anelli” di filiera può rappresentare un valido aiuto a comprendere come all’interno di una filiera esistano profonde differenze a seconda del ruolo delle aziende nel processo produttivo, sia in termini di performance che in termini di esigenze. Infine, l’approccio per filiere consente di declinare le attività produttive sui territori di appartenenza, nell’ottica di svilupparne e potenziarne l’attrattività.  (Fonte: Ufficio stampa Nomisma)