Luci e ombre sui fondi europei

Luci e ombre sui fondi europei


E' di questi giorni un'inchiesta di laRepubblica.it sul grande spreco dei fondi messi a disposizione dall'Unione Europea per sostenere la crescita delle aree più deboli: 12 miliardi di euro, l'equivalente di una Finanziaria, rimasti inutilizzati e che rischiano di andare perduti se non verranno spesi entro la fine del 2015.

Gli strumenti vanno dal Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr), che assorbe circa due-terzi delle risorse e sostiene soprattutto la realizzazione di infrastrutture e investimenti produttivi che generano occupazione, al Fondo sociale europeo (Fse), che punta a favorire la formazione e l'inserimento professionale dei disoccupati e delle categorie sociali più a rischio, ai quali si affiancano i cofinanziamenti statali (Pon - Piani operativi nazionali) e regionali (Por - Piani operativi regionali).

Le responsabilità sembrano essere facilmente individuabili in una serie di vizi e disfunzioni molto “italiani”, a cominciare dalla carenza di professionalità adeguate sia a Bruxelles dove i nostri tecnocrati non riescono a mettere a punto bandi tagliati sulle esigenze del nostro paese, sia negli uffici delle Regioni e dei Ministeri che se, da una parte, registrano una scarsità di professionisti preparati sul fronte del diritto comunitario e poliglotti, dall'altra spesso rivelano una certa propensione ad accentrare attività di gestione e attuazione delle misure che andrebbero invece affidate a soggetti specializzati.

L'assenza di un forte coordinamento dal centro e di collaborazione tra le amministrazioni locali porta, inoltre, a scrivere misure di intervento e bandi di gara senza tenere conto di modelli già sperimentati altrove o fare tesoro di successi ed insuccessi per evitare di incontrare problemi e criticità già sperimentati. Capita poi che il finanziamento, una volta ottenuto, si disperda in mille rivoli, passando per le tante (troppe) società di consulenza sui fondi europei e arrivando all'obiettivo finale con tempi eccessivamente lunghi a causa degli ostacoli burocratici.

Lentezza nelle opere pubbliche, complessità delle norme, mancata disponibilità del cofinanziamento nazionale e pessima congiuntura economica completano un quadro sconfortante anche sul lato delle imprese, dove si lamenta una preoccupante carenza di capitali propri necessari per il cofinanziamento, l'incapacità a produrre progetti adeguati con business plan aderenti agli standard dell'Europa, la dispersione delle risorse in un numero eccessivo di “piccoli” interventi, la mancanza agli occhi degli istituti bancari di iniziative convincenti da finanziare e la tendenza a utilizzare i contributi europei quale unico capitale per le iniziative che propongono di attivare a prescindere che si rivelino redditizie o no.

Secondo alcuni esperti si tratta di fondi inutili e dannosi perché alimentano burocrazia e clientelismo se non addirittura criminalità. Senza contare che nel nostro Paese l'obiettivo nobile del cofinanziamento - coinvolgere il beneficiario affinché sia incentivato a portare avanti il progetto nel modo più efficace possibile - è di fatto svuotato dalla sua possibilità di applicazione pratica. Secondo altri l'Italia dovrebbe rinunciare ai fondi strutturali o a una buona parte di essi per ridurre così la propria quota di finanziamento e di cofinanziamento, con le quali contribuisce al bilancio europeo in misura maggiore rispetto alle risorse che complessivamente riceve, ed utilizzare ad esempio questi risparmi per diminuire le tasse.

Non mancano però anche le proposte positive, come quella recentemente lanciata dall'università online Pegaso che si è dichiarata disponibile - ed ha inviato anche altri atenei a farlo - ad offrire know-how ed esperienza per affiancare gli imprenditori e redigere programmi aderenti ai criteri europei che convincano gli interlocutori della bontà delle iniziative. Un esperimento già tentato con discreto successo in Olanda e che potrebbe risolvere almeno le criticità legate alla progettualità. O come quella della Regione Lazio, che ha deciso di abbandonare il ruolo di mero erogatore di fondi, affiancando invece l'imprenditore nella fase di redazione del business plan e mettendo a disposizione una parte del cofinanziamento richiesto.

Approfondimenti e proposte delle Città del Vino

Concentrare i progetti finanziati dalle politiche regionali di coesione, introdurre misure di semplificazione e razionalizzazione delle procedure di accesso ai bandi e al credito, valorizzare le buone prassi e il lavoro di rete: queste le linee progettuali che  già nel gennaio 2013 l’Associazione nazionale delle Città del Vino aveva evidenziato nel dare il suo contributo alla consultazione pubblica aperta dal Ministro Barca sul documento Metodi e obiettivi per un uso efficace dei Fondi comunitari 2014-2020.

In quell'occasione un utile strumento di riflessione era arrivato dall’analisi condotta dall’Associazione sui dati resi disponibili dal portale OpenCoesione, il primo portale nazionale sull'attuazione degli investimenti programmati nel ciclo 2007-2013 con le risorse del Fondo nazionale per lo Sviluppo e la Coesione e con i fondi strutturali, che aveva permesso di mettere a fuoco alcune delle criticità che hanno caratterizzato l’utilizzo di tali fondi negli ambiti più strettamente collegati alla valorizzazione della vitivinicoltura, dell'agroalimentare e del turismo enogastronomico.

Nel documento inviato al Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione economica l’Associazione aveva, inoltre, declinato una serie di proposte operative in rapporto a tre delle tematiche affrontate nel Documento del Ministro Barca (Agenda digitale, Competitività dei sistemi produttivi, Tutela dell’ambiente e valorizzazione delle risorse culturali e ambientali) e si era dichiarata pronta a partecipare all’elaborazione di nuove modalità di progettazione dello sviluppo territoriale condividendo la propria esperienza di associazionismo di prodotto e di lavoro di rete.

Restituire questi fondi al mittente in un momento di crisi generale che investe non solo i consumi ma anche l’etica politica e in cui le pubbliche amministrazioni e le imprese hanno difficoltà a sviluppare le loro iniziative, sarebbe imperdonabile” - afferma con decisione Pietro Iadanza, Presidente dell'Associazione Nazionale delle Città del Vino - “Si tratta di difficoltà oggettive, dettate dall’andamento delle economie nazionali e internazionali, ma anche di difficoltà indotte da insufficienti politiche da parte dei governi che nel corso degli anni si sono succeduti alla guida del Paese. E’ evidente allora quanto sia importante il metodo del confronto aperto non solo per partecipare alla messa a punto degli strumenti utili a superare le cause dell’insoddisfacente impiego dei fondi strutturali, ma anche come occasione per sollecitare e sostenere le amministrazioni locali a incrementare e rafforzare le attività progettualie di richiesta di finanziamenti.

Negli ultimi tempi è fortemente cresciuta la consapevolezza degli effetti sullo sviluppo economico nazionale generati dai trend economici e sociali dei numerosi piccoli Comuni, con la conseguente necessità di integrare il vecchio approccio locale allo sviluppo con una strategia di respiro nazionale” - prosegue Paolo Benvenuti, Direttore delle Città del Vino - “Ma poiché la situazione di contesto risulta estremamente diversificata a tutti i livelli (geografico, economico, sociale, culturale ed eco-sistemico), per trasformare in progetto di sviluppo la grande varietà e complessità di queste aree è necessario integrare l’approccio nazionale (programma di coordinamento delle iniziative e dei fondi) con quello locale (capacità di trasformare in progetti puntuali le risorse rese disponibili a livello comunitario e nazionale). Gli interventi di sviluppo locale saranno infatti sostenuti da tutti i fondi comunitari resi disponibili dalla europea 2014-2020 e riguarderanno molti ambiti di intervento di interesse per le Città del Vino: tutela del territorio, valorizzazione delle risorse naturali e culturali e turismo sostenibile, sistemi agro-alimentari e sviluppo locale, risparmio energetico e filiere locali di energia rinnovabile, saper fare e artigianato. Partendo da queste considerazioni l'Associazione ha lanciato quest'anno un ”Progetto nazionale di sviluppo locale nei territori a vocazione vitivinicola” per coinvolgere i suoi associati nella creazione di un osservatorio nazionale sui territori del vino che affianchi le piccole e medie amministrazioni ad acquisire risorse e a ridurre i tempi dei finanziamenti attraverso l'analisi dei contesti, dei bisogni e delle risorse disponibili.” (di Alessandra Calzecchi Onesti)

 



Ancv programmazione europea 2014 2020