Un’emergenza che può diventare opportunita’

Un’emergenza che può diventare opportunita’


Concludiamo il breve viaggio nel mondo del vino al tempo del coronavirus: vino online, vino social, vino solidale, e dopo? Forse una nuova e difficile esperienza potrebbe essere l’opportunità ideale per andare oltre la paura del cambiamento e della complessità e affrontare il futuro con audacia.

L’emergenza sanitaria e sociale ha generato gravi difficoltà per l’intera economia italiana e il settore vitivinicolo, in particolare, soffre per la contrazione dei consumi interni dei beni non ritenuti di prima necessità; a questo devono aggiungersi la chiusura dei pubblici esercizi, e anche le difficoltà sul mercato estero che ha risposto con diffidenza al prodotto italiano annullando ordini, impaurito dal contagio, bloccando la merce o rendendo l’export comunque più complesso.

E poi il Vinitaly (così come un lungo elenco di manifestazioni legate al vino) rinviato al 2021, decisione inevitabile giunta per l’aggravarsi della pandemia a livello mondiale, data l’assenza dei buyer internazionali e i dubbi manifestati dagli stessi produttori italiani.

Alberghi, agriturismi e ristoranti chiusi, inoltre, hanno determinato un crollo delle vendite di vini italiani, determinando un eccesso di giacenza di bottiglie in cantina, tenuto conto che non appena si allenterà la pressione dall’emergenza e si potrà iniziare a condurre una vita normale, saranno passati mesi e sarà tempo di vendemmiare. Altro problema, la diffusione dell’epidemia in tutto il pianeta ha reso incerto anche qualsiasi tipo di pianificazione della promozione del vino italiano nei mercati internazionali che dovrà essere totalmente reimpostata.

Le piccole aziende agricole, quelle a conduzione familiare, potranno avere gli anticorpi per reagire nonostante le difficoltà, ma chi ha bisogno di mano d’opera immediata per le operazioni colturali in vigna potrà subire notevoli danni. Numerosi, a questo proposito, gli appelli sollevati per favorire l’accesso al lavoro agricolo - ovviamente regolare - sia da parte dei percettori del reddito di cittadinanza sia da parte degli immigrati che da anni, in maniera purtroppo non sempre regolamentata, contribuiscono in modo strutturale e determinante all’economia agricola del Paese e quindi una componente indispensabile per garantire i primati del Made in Italy alimentare nel mondo.

Con la riapertura della ristorazione e del “fuori casa” a partire dal 18 maggio si riattiva anche per il vino un canale naturale che vale al consumo 6,5 mld di euro l’anno: l’instant survey di aprile dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor rileva che meno di un terzo degli italiani dichiara che andrà meno al ristorante e si spera, anche se in misura molto misurata, nel “revenge spending” per i beni voluttuari.

Al momento è comunque prematuro fare previsioni sulla quantità del danno che il settore agroalimentare e in particolare quello vitivinicolo, unitamente a quello del turismo enogastronomico e non, subiranno a causa del coronavirus, ma sarà sicuramente cospicuo.

In assenza del turismo straniero, almeno nel breve periodo, sarà necessario ripartire da viaggi e soggiorni di prossimità, sostenibili, valorizzando proprio il nostro territorio, che con le sue peculiarità rappresenta il patrimonio più ingente dell’Italia. Un turismo, quindi, che coincide in larga parte con l’essenza dell’enoturismo, che offre per sua natura l'opportunità di vacanze all’aria aperta, con le visite nei vigneti e le tante occasioni “esperenziali” pensate da cantine e altri attori del comparto, facilmente accessibili (anche economicamente) e di solito organizzate per poche persone o piccoli gruppi.

Tra le tante voci alzate in queste ore dalla larga platea di attori coinvolti (agricoltori, vignaioli, distributori e importatori, agenti, Horeca, GDO, enotecari e ristoratori, sommelier, enologi, agronomi, sommelier, servizi di catering, osti e mescitori, winelovers, turisti ed enoturisti), che mettono a fuoco difficoltà e proposte per la ripartenza, ne ricordiamo qui alcune, oltre alle già citate iniziative dell’Associazione nazionale delle Città del Vino.

PleinAir e PleinAirClub hanno deciso di rivolgersi alle istituzioni per dare voce alle preoccupazioni di possessori di camper o caravan, rivenditori, operatori turistici e associazioni che si interrogano sulle prospettive del caravanning e del turismo all’aria aperta. In una comunicazione inviata al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte si evidenziano le potenzialità di un settore che conta oltre un milione di persone tra viaggiatori e addetti ai lavori e che è probabilmente il più “pronto” a ripartire se si considera che le strutture ricettive organizzate quali campeggi, aree di sosta camper, agricampeggi, anche le più contenute, possiedono già tutti i requisiti per garantire la distanza tra mezzi ed equipaggi diversi.

La lettera aperta dei Vignaioli Italiani - che dall’inizio dell’emergenza non hanno mai smesso di lavorare ed hanno anzi creato una rete di produttori prevalentemente piccoli e medi per una filiera del vino giusta, solidale e possibile (#ILVINONONSIFERMA) - richiama ad una collaborazione leale per uscire tutti insieme dalla crisi e avanza  una serie di richieste concrete, dal rispetto delle scadenze per il pagamento delle forniture e dal rafforzamento di forme di credito agevolate al rifiuto di pratiche sleali quali il conto vendita, richieste sproporzionate di omaggi e in generale pressioni commerciali miranti a ridurre quel margine che rappresenta la fonte di sostentamento per aziende e che garantisce la dignità del lavoro attraverso il riconoscimento di un equo corrispettivo.

Ripartire, Rinascere, Fare rete dal campo al ristorante è la sintesi di RIPARTIAMO DALLA TERRA, l’appello di Slow Food per chiedere alle istituzioni di sostenere la migliore agricoltura d'Italia e la ristorazione di qualità, già sottoscritto da 2500 cuochi, contadini, allevatori, artigiani e cittadini e aperto alla firma di tutti coloro che credono in un futuro basato sulla cura dei territori, sui saperi delle comunità, sul piacere della condivisione. Perché “i veri nemici da combattere nel post pandemia saranno ancora la perdita di biodiversità, l’erosione del territorio, l’inquinamento dell’aria, dell’acqua, l’impoverimento della fertilità nei nostri terreni, la cementificazione, l’abbandono delle aree rurali e dei piccoli borghi, lo spreco alimentare, lo sfruttamento del lavoro, l’indifferenza per chi produce con attenzione alle ragioni e ai tempi della natura e l’individualismo, che fa prevalere l’io sul senso di comunità”.

Niente tornerà esattamente come prima, anzi niente dovrà tornare come prima perché proprio il sistema produttivo e di sviluppo di prima è sotto molti aspetti legato alla pandemia. Lo dimostra anche il fatto che larga parte della comunità scientifica, della società civile e degli economisti sono concordi nell’affermare la necessità di una rinascita “green”: uno sviluppo umano, circolare, economia e lavoro a prova di clima.

E come ha recentemente ricordato lo scrittore Alessandro Baricco, questa nuova e difficile esperienza potrebbe essere l’opportunità ideale per andare finalmente oltre la paura del cambiamento e della complessità e affrontare il futuro con audacia, che non significa essere incoscienti ma capaci di impostare strategie diverse. Vale anche per il vino, dove da tempo si sentiva l’esigenza di intraprendere nuove strade: nei mercati, nei modelli di comunicazione, nella ristorazione, nella grande distribuzione, nelle relazioni con i consumatori. E dove potrebbe quindi essere arrivato il momento di valutare la realtà attuale, individuare i possibili scenari futuri con i suoi inevitabili e permanenti cambiamenti ed elaborare le strategie migliori per rimanere competitivi anche domani, ricordandoci che con la crisi ci siamo scoperti più deboli singolarmente ma molto più forti insieme. A partire da un approccio multidisciplinare e lungimirante, che consideri tutte le diverse sfaccettature del mercato, dalla sociologia dei consumi all’economia, dalla adozione su larga scala dei principi della green economy alla gestione finanziaria dell’impresa, dall’innovazione nel marketing e nella comunicazione all’adozione dei valori di un’agricoltura etica e sostenibile e di scelte più eque e ragionate. Perché mai come in questo momento è stata riscoperta l’importanza di tutta la filiera agroalimentare italiana, che crea “comunità”, cultura e consapevolezza del nostro immenso e prezioso patrimonio di territori, biodiversità e prodotti a marchio italiano.  Sono emerse mancanze e nodi irrisolti, ma nello stesso tempo si sono liberate energie e piccoli-grandi segnali appaiono animare la scena del consumo - di vini, di luoghi, di persone - con nuove modalità di lettura e di azione che in molti si augurano non perdersi all’indomani del ritorno alla “normalità”. Lasciandoci andare, intanto, ad un sorriso per la fakenews sulle presunte virtù dell’alcol (subito smentite dall’Oms), fatta propria da due “dittatori dello stato libero delle banane”, il governatore della capitale del Kenya e il presidente bielorusso Lukashenko, che hanno pensato bene di sponsorizzare l’uso di cognac e vodka tra le classi più povere come rimedio per tenere lontano il virus. (di Alessandra Calzecchi Onesti)

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