Mistero, passione e qualità: venti viticoltori italiani alla scoperta del vino israeliano

Mistero, passione e qualità: venti viticoltori italiani alla scoperta del vino israeliano


di Stefania Pianigiani

 

Sono partiti il 23 marzo i venti giovani viticoltori provenienti da tutta Italia, alla volta di Tel Aviv. Una settimana di tempo per scoprire la complessa realtà del vino israeliano, la sua storia antica e quella recente, l’affascinante mondo dei vini Kasher, la difficoltà del suolo e la grande passione dei giovani enologi che lavorano e sperimentano in vigna e in cantina, di vendemmia in vendemmia, per trovare il giusto equilibrio ed aspirare alla qualità.

Questi gli ingredienti del successo dello “Stage per Giovani viticoltori europei 2015” promosso dall’Associazione Nazionale Città del Vino e realizzato grazie all’aiuto della “Wine and Plenty”, che ha condotto i giovani futuri enologi, sommelier, agronomi e viticoltori alla scoperta del vino israeliano.


Dai vigneti delle alture del Golan alle colline della Galilea, dalle produzioni dei Kibbutz al vino Kosher: il programma è vasto, le possibilità infinite. Il clima caldo, con alture che a nord arrivano anche ai mille metri, terreni diversi che vanno dal suolo vulcanico all’argilloso, dalle pietre alla terra rossa, fino ad arrivare al mare. In un bicchiere di vino israeliano si degusta il territorio, si assaporano le afose estati, si sente la frutta matura che scoppia sotto il sole cocente, si masticano i tannini delle uve rosse. I vini israeliani hanno uno standard qualitativo molto alto, pochissimi difetti organolettici, ottima bevibilità, in alcuni casi struttura perfetta. Armoniosi, aromatici e fruttati i bianchi, tra cui svetta il Sauvignon Blanc che in queste terre dà un ottimo risultato, tannici e ben strutturati i rossi, spesso a base di Carignan, Syrah, Pinot noir o Cabernet Sauvignon. Frequenti anche esperimenti con vitigni particolari come il Pinotage (vitigno sud africano incrocio tra pinot nero e l’Ottavianello, più conosciuto come Cinsaut) assaggiato alla cantina Assim o vitigni italiani che qui sembrano dare risultati apprezzabili come il Sangiovese o il Nebbiolo. I vitigni autoctoni sono quasi inesistenti: durante la dominazione islamica quasi tutte le viti furono estirpate.


Infatti nonostante le prime testimonianze scritte che attestano la presenza della viticoltura e della produzione di vino risalgano alla Galilea del 1000 a.C., la viticoltura moderna ha radici piuttosto recenti. È grazie al lavoro del Barone Edmond de Rothschild, di origini ebraiche, che nel 1882 fonda la “Carmel”, la prima azienda israeliana e porta i primi due vitigni il Chenin Blanc e il Carmignano, che si dà il via alla nuova viticoltura israeliana.


Nel 1983, quasi cento anni dopo, fu fondata la Golan Heights Winery sulle alture del Golan, una delle zone più vocate del paese insieme all’alta Galilea e all’area di Gerusalemme. I risultati enologici di questa bella azienda sono notevoli, a cominciare da uno dei pochi vini spumanti assaggiati, il 2009 Yarden Sparkling Rosè, continuando per il Sauvignon Blanc del 2004, un vino aromatico, attrattivo, perfetto con gli ottimi formaggi di capra che in Israele non mancano mai. Ottimi quelli prodotti dall’Azienda Adir.


Dalla fine degli anni ’80 si è registrato un proliferare di aziende, che vanno dalle più grandi certificate Kasher fino alle piccole wine boutique, come la Sphera Winery, azienda dedicata interamente alla produzione di vini bianchi naturali. Piccola azienda di recente nascita, produce vini ottimi, che inebriano al naso e stupiscono per le tecniche produttive.  


I partecipanti dello Stage sono stati accompagnati attraverso le aziende più rappresentative di Israele dalla esuberante Ruthi Ben Israel, sommelier ed esperta guida vinicola, che ha coinvolto i giovani con le storie del territorio. Particolare interesse ha suscitato nei partecipanti, la produzione del vino Kasher. Per essere certificati Kasher, e quindi seguire la Kasherut (le regole di alimentazione ebraica), il processo comincia dalla vigna e prosegue in cantina per tutte le fasi produttive fino all’imbottigliamento: le uve devono essere toccate solo da ebrei Sabbath Osservant, gli unici autorizzati a maneggiare i grappoli e siccome molti enologi o produttori  non rientrano in questa categoria devono essere assistiti da personale ortodosso e da Kashrut Supervisors. Le regole di base della produzione Kasher possono essere semplificate come segue: nei primi tre anni è proibito raccogliere i grappoli e fare quindi il vino, ogni sette anni la vite deve essere lasciata a riposo ed è vietato raccoglierne i frutti, non si possono avere colture miste, per cui tra i filari non si può coltivare altro, non si lavora in vigna o in cantina durante le feste religiose, per produrre vino possono essere utilizzati solo strumenti certificati kasher (ad esempio sono proibiti lieviti di origine animale, così come la caseina, albumine, gelatine o emulsionanti)

Il mondo dei vini kasher è una realtà intrigante, mistica e misteriosa, che rende la produzione vitivinicola di questo paese ancora più affascinante.

I venti partecipanti hanno comprato una bottiglia di vino quasi in ogni cantina, per portarsi a casa un assaggio di questa terra, le emozioni del viaggio alla scoperta del vino israeliano. Un viaggio intenso, dove hanno visitato moltissime realtà enologiche e produttive. Hanno gustato e degustato il territorio, dal vino al pane, dai formaggi alla frutta. Un’esperienza a 360° immersi nel verde terra israeliana, a forgiare un ricordo che si porteranno dietro per sempre.

I vini israeliani si stanno affacciando a grandi passi alla sfida del vino mondiale e la vinceranno: in tempi brevi e con ottimi risultati.