Città del vino chiede riconoscimento giuridico

Città del vino chiede riconoscimento giuridico


Vitigni e viticolture minori nel Testo Unico sul Vino.

Città del Vino chiede riconoscimento giuridico

 Sono le principali richieste avanzate dall’Associazione Nazionale Città del Vino durante la Convention piemontese appena conclusa. La foto è di Maurizio Tosi.

Dalla Convention di Primavera delle Città del Vino, svoltasi tra Asti e Novara dal 22 al 24 novembre, un invito alla Commissione Agricoltura della Camera per interventi di aggiustamento al Testo Unico della Vite e del Vino, in particolare sulla definizione normativa dei vitigni.

All’On. Massimo Fiorio, vice presidente della Commissione Agricoltura della Camera, presente all’assemblea dei sindaci dei 450 Comuni associati, il presidente delle Città del Vino, Pietro Iadanza, ha consegnato le richieste dell’Associazione sul processo di semplificazione normativa, con particolare attenzione alle viticolture minori e alla tutela ambientale e del suolo.

“Sul Testo Unico ci sono due aspetti che secondo noi vanno migliorati e chiariti – sottolinea il direttore delle Città del Vino, Paolo Benvenuti -. Il primo riguarda i vitigni, che andrebbero riconosciuti come bene comune e sottoposti a maggior tutela pubblica e normativa. La seconda questione riguarda le viticolture. Il nostro Paese ha una grande varietà ed eterogeneità che comprende tante viticolture minori e particolari, di montagna, eroiche, delle isole, etc, che andrebbero rafforzate, tutelate e riconosciute con chiarezza. Penso al caso del Moscato di Saracena, una piccolissima produzione del Pollino calabrese, che finora è impossibile ricondurre all’ambito delle Doc perché prodotto in maniera particolare: si aggiunge al mosto cotto un mosto di uve appassite ma quest’unione non è ancora riconosciuta a livello normativo, anche se è un metodo antico e tradizionale”.

L’altro tema su cui le Città del Vino stanno lavorando già da tempo è quello del riconoscimento pubblico delle Associazioni di Identità, iniziativa portata avanti insieme all’Associazione delle Città dell’Olio. “E’ importante riuscire a ottenere un riconoscimento giuridico – ha sottolineato il presidente Pietro Iadanza - per poter svolgere un ruolo più efficace di promozione ambientale, culturale ed enoturistica al servizio dei territori di qualità, accreditandoci presso i Ministeri, le Regioni e le istituzioni europee e poter partecipare direttamente a bandi e progetti di ampio respiro”.

L’on. Fiorio ha illustrando le principali novità che il Testo Unico introdurrà, tra cui una sostanziale semplificazione burocratica, anche per quanto riguarda il sistema dei controlli, che dovrebbe andare incontro alle esigenze delle aziende che spesso devono preoccuparsi si trascorrere più tempo a compilare documenti che a lavorare in vigna e in cantina.

“L’obiettivo generale della semplificazione burocratica, che pervade l’intera intelaiatura del nuovo Testo Unico, è assolutamente condiviso – afferma Paolo Benvenuti, direttore dell’Associazione Nazionale Città del Vino – e va riconosciuto che è stato fatto un lavoro imponente, complesso e difficile, e che credo sia anche frutto di inevitabili mediazioni con gli esponenti del mondo del vino, a vari livelli. Ci sono realtà consolidate che, pur necessitando di cambiamenti, credo abbiano mostrato resistenze per rendite di posizioni acquisite; penso, ad esempio, al tema dei vini liquorosi e passiti-liquorosi. Consentire ad alcune produzioni di vini liquorosi di avere il riconoscimento Igt non rende totale giustizia alle produzioni di vini passiti, spesso rari e di grande qualità, disturbandone mercato e conoscenza presso i consumatori; la possibilità, comunque, non è retroattiva e pertanto restano Doc dei vini liquorosi che poco o nulla hanno a che vedere con la qualità dei passiti a cui si ispirano. Penso al Vin Santo toscano o anche al Passito di Pantelleria”.

Ma questo non è che un aspetto della proposta che presenta alcune contraddizioni. “Prima fra tutte – afferma ancora Benvenuti – il fatto che il Governo intenda abrogare il divieto di utilizzo dei trucioli come invece stabilisce il decreto ministeriale del 2 novembre 2006. A nostro avviso è un grave errore che mi auguro possa essere rimediato; mi immagino le pressioni di una parte del mondo produttivo che punta a velocizzare certi processi produttivi, ma la norma non serve certo a limitare le opportunità delle imprese quanto, piuttosto, a stabilire che il vino non è un prodotto artificioso”.

Secondo Benvenuti, nelle premesse, dovrebbero essere rafforzati alcuni argomenti. “Innanzitutto un sufficiente riconoscimento del ruolo della viticoltura rispetto ai temi della sostenibilità e dell’ambiente e, prendendo spunto da ciò che hanno fatto in Francia, poteva essere calcata la mano su un più netto riconoscimento del vino e della viticoltura come patrimonio nazionale da tutelare, in virtù delle sue implicazioni sul paesaggio e sull’ecosistema ma anche sul turismo con tutto quello che di positivo ne consegue in termini economici e sociali. Inoltre – afferma ancora il direttore delle Città del Vino – sempre per restare in tema ambientale, occorrerebbe dire qualcosa di più sui cambiamenti climatici e su come sia necessario approntare analisi e ricerche che possano indirizzare le aziende, ma anche le pubbliche amministrazioni che hanno responsabilità di governo del territorio, a prendere le giuste contromisure”.

Altro argomento: scompare la definizione di vitigno autoctono. “Invece di ribadirne l’importanza, anche dal punto di vista della biodiversità, ci si limita a richiamare il fatto che i produttori sono liberi di indicare il nome del vitigno in etichetta, quando consentito. Troppo poco”. L’Associazione Città del Vino lancia a questo proposito una proposta: perché non usare parte delle risorse derivanti dalle sanzioni, oltre che per organizzare al meglio il sistema dei controlli, anche per finanziare la ricerca, la cura e la tutela dei vitigni antichi presenti sul territorio?

Un’altra proposta riguarda un emendamento che consenta il riconoscimento di un vino “storico” : il Moscato di Saracena. Quando si parla della produzione di mosto cotto, potrebbe essere aggiunta la dizione relativa all’uso di “mosto cotto e vino da uve appassite” pratica che riguarda la specifica ed esclusiva produzione del Moscato di Saracena, così chiamato il vino dolce, passito, che si produce nel territorio del Comune di Saracena (Cosenza) situato sulle pendici del Pollino. Da oltre cinque secoli ne è documentata la tecnica di produzione, ma siccome oggi non è prevista dalle normative, si assiste ad un assurdo molto… italiano. Il vino non ha una denominazione, non è nemmeno classificato come vino da tavola, però è divenuto Presidio Slow Food ed è ai vertici delle classifiche nazionali delle più importanti guide enologiche, più volte incoronato miglior vino dolce dell’anno dagli esperti e dai sommelier. Il Moscato di Saracena è un vino raro e prezioso; se ne producono poche migliaia di bottiglie all’anno e sono solo sei i produttori imbottigliatori; rappresenta un vero e proprio “bene culturale” da tutelare sia per le tipologie di vitigni antichi utilizzati che si allevano esclusivamente sul territorio del Comune di Saracena, sia per il suo antico metodo di produzione. Il nuovo testo unico dovrebbe consentire la tutela non solo produttiva ma anche culturale di questo vino e di altri prodotti analoghi.

Infine un’ultima annotazione. Tra i soggetti chiamati a costituirsi contro frodi e sofisticazioni accertate e avviate verso le aule dei tribunali, si dovrebbe prevedere anche l’inserimento del Comune in quanto soggetto coinvolto direttamente nel governo del territorio e nella promozione delle produzioni vitivinicole. Il danno di eventuali frodi non è solo per le imprese oneste, ma per tutta la comunità.