Forum Città del Vino. Non è petrolio, ma può far ripartire il Paese

Forum Città del Vino. Non è petrolio, ma può far ripartire il Paese


CONVENTION ASSOCIAZIONE NAZIONALE CITTA’ DEL VINO - FORUM Città de Vino

NON È PETROLIO (ma può far ripartire il Paese)

ASTI, 23 maggio 2015 - Enofila 

Intervento di Pietro Iadanza, presidente dell’Associazione Nazionale Città del Vino

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Negli ultimi anni, anche a causa della crisi economica e finanziaria che ha interessato l’Occidente – e che ha contrapposto l’aumento di concorrenza ad una forte diminuzione della domanda di mercato – è emersa con chiarezza una verità molto semplice: la qualità – intesa come mero equilibrio organolettico ed assenza di difetti grossolani – da sola, non è più sufficiente.

Questo assunto vale per le produzioni agro alimentari, ma anche per altri settori economici, come, ad esempio, il manifatturiero. Per stare più vicini a noi, è ormai consolidato il fatto che il buon vino si fa un po’ ovunque, con punte qualitative assolute in territori come questo, il grande ambiente che oggi è persino “certificato” patrimonio dell’Umanità: le vigne di Monferrato, Langhe e Roero.

Ma – dicevamo – la qualità da sola non sembra più bastare. Servono ulteriori elementi di distinzione, note di carattere, tratti utili a costruire una personalità forte, riconoscibile, in grado di catalizzare l’attenzione del pubblico – nel nostro caso – sul vino e sulle produzioni tipiche.

Permane, tra l’altro, ancora una certa confusione – soprattutto tra i consumatori – attorno a termini molto di moda ormai da alcuni anni – “autoctono”, “tipico”, “vino naturale”, “terroir”, per citarne solo alcuni – ma dei quali non tutti sono in grado di dare le giuste definizioni; esistono poi delle strategie di produzione (biologico, integrato, convenzionale, ecc.) che sono invece fondamentalmente delineate nelle loro linee guida, ma tali definizioni non forniscono – ad esempio – una misura sufficientemente corretta del loro effettivo impatto ambientale, come invece pretenderemmo che fosse. Piacciono di più i prodotti che sono “etici”, “sostenibili” oltre che buoni e ben fatti.

La sostenibilità e la tutela dell’ambiente sono parametri valutativi su cui si basano non solo le produzioni agroalimentari in quanto tali, ma gran parte della comunicazione che le riguarda; che poi è anche marketing. E se il marketing funziona, ne hanno benefici tutti: i produttori, le attività indotte, il territorio nel suo insieme.

Una identità unica, riconoscibile e forte può essere conferita solo da argomenti di natura storica, culturale e ambientale (il valore storico architettonico degli immobili aziendali o la rilevanza storica del contesto territoriale – ambiente, paesaggio – al quale il brand appartiene), in grado di dare appeal e suggestione all’intero progetto, ma anche da tesi scientifiche svolte in azienda con serietà, i cui risultati possono essere comunicati al pubblico dei consumatori e da essi compresi e misurati chiaramente e in modo semplice.

Un esempio pratico: ora è possibile, attraverso l’applicazione di formule riconosciute a livello internazionale, valutare l’effettivo impatto ambientale dell’attività di un’azienda agricola e vitivinicola attraverso il calcolo del bilancio tra l’anidride carbonica immessa nell’ambiente e quella ad esso sottratta. Le formule da applicare ed i risultati raggiungibili, possono consentire di sfatare molti luoghi comuni, e di confrontare l’impatto effettivo – piuttosto che quello teorico – delle diverse filosofie di produzione o dei differenti approcci all’ambiente e alla coltivazione.

L’Associazione Città del Vino, grazie alla sua rete di rapporti, è oggi in grado di mettere a disposizione dei territori le competenze adeguate per realizzare ricerche e verifiche che vanno in questa direzione, con l’obiettivo di dare ancor più valore all’attività delle aziende.

Altro aspetto interessante da indagare – e questo per il territorio di una Città del Vino è assai importante – riguarda l’atteggiamento nei confronti del paesaggio, ed il fraintendimento che spesso induce a confondere l’effettivo rispetto dell’ecosistema con una riduzione al minimo dell’impatto visivo delle attività produttive ed umane in generale; le due cose, infatti, non necessariamente coincidono. Un esempio, i pannelli solari: l’impatto visivo è notevole e, a volte, anche sgradevole, ma la loro presenza riduce significativamente il consumo di risorse non rinnovabili da parte dell’uomo e va quindi nella direzione dell’equilibrio dell’agroecosistema.

Lo abbiamo noi stessi ribadito quando abbiamo presentato la nostra ricerca sul tema del conflitto tra usi agricoli e usi energetici del suolo agrario, affidando al nostro Piano Regolatore delle Città del Vino un ulteriore compito di affrontare nuovi problemi mano a mano che s’impongono all’attenzione degli amministratori locali e dei pianificatori.

Un ruolo, quello del Piano Regolatore delle Città del Vino – elaborato dall’Associazione per la prima volta nel 1998 – la cui attualità resta costante nel tempo e che oggi può trovare nuove declinazioni e applicazioni, proprio in virtù di queste esigenze legate alla ricerca di nuovi parametri valutativi della cosiddetta “qualità diffusa” del territorio.

Un’indagine sulla sostenibilità dell’impresa vitivinicola, dunque, porterebbe tra le altre cose a rivalutare la superficie aziendale che ospiti il bosco, che sottrae anidride carbonica anziché produrla, e che rappresenta quindi una voce in attivo in termini di sostenibilità; a fronte di un investimento che porti ad una sua certificazione della capacità di sostenibilità, l’azienda potrebbe ottenere in cambio del nuovo valore aggiunto effettivo, ripetibile, misurabile e di conseguenza inattaccabile. Un vino buono, ma anche bello e, infine, persino bravo.

Le tematiche ambientali si intrecciano sempre di più con le attività agricole e oggi non è più possibile fare agricoltura e viticoltura senza pensare di salvaguardare il territorio e, quindi, tutelare quel bene che “non è petrolio”, ma che va saputo usare con intelligenza e parsimonia e non può essere consumato indiscriminatamente.

Non passa giorno, infatti, che in Italia un po’ di terreno non scompaia sotto il cemento. Il consumo di suolo è una vera e propria emergenza ambientale, come ha testimoniato nei giorni scorsi l’ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, presentando a Milano il rapporto 2015 sul consumo di suolo.

Secondo il rapporto ISPRA, nel corso del 2014 l’Italia ha cementificato altri 200 chilometri quadrati di territorio; ogni giorni si perdono 55 ettari. In totale il suolo consumato nel nostro Paese è a quota 27mila chilometri quadrati, il 7% del territorio; lo scorso anno si sono consumati 345 metri quadrati pro capite.

Sono cifre eloquenti che testimoniano il grande rischio che il nostro Paese sta correndo se non si inverte la tendenza e resta urgente l’approvazione del disegno di legge “Contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato” che da troppo tempo si aggira tra i banchi del Parlamento. L’associazione Città del Vino da tempo è impegnata nel sensibilizzare i propri Comuni e le istituzioni su questo argomento, consapevoli come siamo che gran parte del futuro dell’Italia si potrà costruire proprio valorizzando il paesaggio e l’ambiente, quel paesaggio agrario che ha reso riconoscibile l’Italia nel mondo e che rappresenta, insieme alla cultura e all’enogastronomia, il principale motivo di attrazione turistica.

Il paesaggio è un valore aggiunto anche per le aziende agricole e vitivinicole; gli imprenditori sanno bene che occorre legare alla bontà alla qualità della terra da cui ha origine. L’unicità e la originalità del territorio italiano e delle sue espressioni enogastronomiche sono elementi strategici da tutelare e promuovere, e su questo tutti sembrano essere d’accordo, ma se alle buone intenzioni non seguono fatti concreti – soprattutto da parte del Governo e delle Regioni – le enunciazioni di principio rischiano di restare tali.

La sensibilità ambientale e la sostenibilità sono dunque al centro di un interesse sempre più forte da parte dei consumatori come dimostrano anche recenti indagini sul consumo alimentare; gli italiani si allontanano sempre di più dalla carne e spendono di più per frutta e verdura (dal 12,7% al 18,4% del budget), per cereali e pesce, come dimostra una recente indagine di GfK Eurisko per conto di una nota azienda cooperativa. Dal 1995 ad oggi sono aumentati gli italiani che si ispirano alla dieta mediterranea (erano il 41%, oggi sono al 62%), che preferiscono i pasti slow e che sono più attenti all’alimentazione. Non solo: in vent’anni crolla il pasto completo a pranzo (dal 68% al 48%) ma soprattutto alla sera (dal 41% al 25%), mentre cresce la colazione (87% contro 70%) e si fa strada il fuoripasto (36%), non contemplato vent’anni fa.

Questo dimostra che prima che il “buono da mangiare”, si stia sempre più ricercando il “buono da pensare”, mettendo insieme una serie di fattori e di valori dove il gusto è importante ma non più sufficiente per la piena condivisione del prodotto; oltre agli aspetti esperienziali, legati al gusto e alla convivialità, si sta via via imponendo il fattore salutare e, ultimo solo in ordine di tempo, il valore della sostenibilità, del cibo etico, stagionale, della filiera corta, per non parlare delle nuove tendenze di vegetariani e vegani.

Un altro fronte su cui lavorare per rendere le aziende protagoniste della capacità attrattiva di un territorio e per valorizzarne l’approccio anche etico della propria attività imprenditoriale, è quello dell’accessibilità: è un tema che non deve essere considerato solo per coloro che hanno disabilità motorie e che non possono accedere alle cantine come le persone normodotate. L’accessibilità è un “diritto” che riguarda le altre forme di disabilità (uditiva e visiva), ma anche le persone “normali”.

Una interessante iniziativa è in corso in Veneto, a Conegliano, con l’avvio dell’esperienza di Cantine senza Barriere, un’associazione che si pone l’obiettivo di sensibilizzare le aziende, il mondo vitivinicolo e le istituzioni sul tema dell'accessibilità ed accoglienza per tutti come comportamento anche etico.

L’idea è di arrivare anche qui ad una “certificazione” delle buone pratiche che aziende, comuni e territori in genere possono mettere in campo. La rete così creata potrà generare domanda non solo per il turismo disabile, ma anche oltre, consentendo la vendita di servizi e prodotti provenienti da un territorio che ha messo l'accessibilità, insieme alla qualità ed alla sostenibilità, ai primi posti della strategia di crescita.

Accessibilità e sostenibilità, dunque, considerate a tutto campo, sono una nuova frontiera d’impegno e anche di investimenti sia per le aziende, sia per le pubbliche amministrazioni, tenendo conto che le Regioni, più dei Comuni e di ciò che resta delle Province, possono essere in grado di indirizzare scelte e programmi per la definizione di territori sostenibili e, quindi, capaci di offrire una migliore qualità della vita.

L’associazione Nazionale Città del Vino mette a disposizione la sua “rete” per diffondere nel modo il più capillare possibile, buone pratiche legate alla sostenibilità e all’accessibilità ad uso delle imprese e delle pubbliche amministrazioni. Gli strumenti e le competenze ci sono: si tratta di metterle a frutto.