L’ordinaria qualità dell’agroalimentare italiano

L’ordinaria qualità dell’agroalimentare italiano


La filiera agroalimentare italiana gode di ottima salute, frutto di un cambiamento culturale che da trent’anni a questa parte, dopo lo scandalo del vino al metanolo, ha visto privilegiare qualità e sicurezza alimentare. Lo evidenzia il 49° Rapporto sulla situazione sociale del Paese recentemente presentato dal Censis. Non potendo più giocare sul fronte dei costi, gli imprenditori si sono orientati verso la qualità accentuando quegli elementi distintivi che parlano dei territori e dello stretto legame con le comunità e la cultura locale. Così, lontani dai riflettori, si sono trasformati in un caso di eccellenza che oggi guarda con sempre maggiore attenzione ai mercati esteri per valorizzare i propri prodotti.

La filiera agroalimentare è caratterizzata dalla presenza prevalente di piccole e medie imprese, molte delle quali a conduzione familiare. Questa caratteristica genera un gap competitivo con le grandi imprese internazionali, ma favorisce, d’altro canto, una maggiore flessibilità organizzativa e una forte propensione all’innovazione di prodotto e di processo, che colloca le nostre aziende in nicchie di mercato caratterizzate da consumatori di fascia medio-alta propensi all’acquisto di cibi di qualità.

Le imprese che operano nei diversi anelli della filiera sono tante e fortemente integrate tra loro: aziende agricole, imprese di trasformazione alimentare, grossisti, grandi superfici distributive, piccoli negozi al dettaglio, operatori della ristorazione.

Una realtà articolata che copre un segmento dei consumi che nel 2014 vale 225 miliardi di euro: per il 67% in consumi domestici e per il restante 33% in consumi “fuori casa”: bar, ristoranti, mense e catering. A queste si affianca poi un importante indotto di imprese esterne alla filiera, che ad essa offrono servizi essenziali come trasporto, packaging, logistica, energia, mezzi tecnici e beni strumentali per l’agricoltura e l’industria alimentare, servizi di comunicazione e promozione. Quello agroalimentare è uno dei pochi settori che ha aumentato il numero di occupati nonostante la crisi riuscendo anche ad attrarre l’interesse dei giovani. Tutta la filiera è cresciuta nel tempo e oggi conta 3,3 milioni di addetti.

Del resto, già nella ricerca “Il futuro dei territori. Idee per un nuovo manifesto per lo sviluppo locale”, realizzata dal Censis per il Padiglione Italia di Expo 2015 e disponibile nella nostra sezione “Studi e Ricerche”, turismo e filiera del cibo venivano indicate ancora una volta come il binomio vincente per creare occupazione e rifare sviluppo dei territori, anche nel Mezzogiorno.

Oggi i territori italiani con i tassi di occupazione più alti sono caratterizzati da una specializzazione produttiva turistica o agroalimentare. Tra i primi 30 sistemi locali del lavoro per tasso di occupazione, ben 13 hanno una specializzazione produttiva legata al turismo: da Bressanone a Vipiteno e Ortisei, in provincia di Bolzano, a Bormio, in provincia di Sondrio. E 5 sono a vocazione agroalimentare: da Brunico ed Egna, a Bolzano, a Borgo San Lorenzo (Firenze) e Alba (Cuneo).

Sono esperienze da cui si può e si deve ripartire per rifare sviluppo, smussare gli elevati divari economici in Italia e in Europa, dare lavoro ai meno occupati del continente, contrastare il rischio di una secessione di fatto del Mezzogiorno. Indicano che la filiera del cibo - dalla produzione alla distribuzione, al consumo - è oggi un formidabile moltiplicatore di opportunità per i territori: agroindustria, ristorazione, turismi diventano le componenti di nuove ibridazioni tra i patrimoni enogastronomici, culturali, paesaggistici, storici dei territori.

 

Riflessioni anticipate anche dalla nostra Associazione - sottolinea Paolo Benvenuti, Direttore Generale dell'Associazione nazionale delle Città del Vino - quando nel 2012, nell'analizzare “le lunghe derive di trasformazione delle produzioni agroalimentari in Italia” in occasione del venticinquennale della nostra fondazione, abbiamo ribadito con forza la convinzione che le risorse della terra rappresentano un patrimonio formidabile per un futuro sostenibile e che una nuova fase di sviluppo sia imprescindibile dalla valorizzazione del patrimonio enogastronomico, ambientale e culturale.(di Alessandra Calzecchi Onesti)