Baby Masterchef, piccoli cuochi dal Lego al controfiletto

Baby Masterchef, piccoli cuochi dal Lego al controfiletto


di Vincenzo Coli

Appello accorato al governo italiano. Dopo la depenalizzazione - sacrosanta - dei piccoli reati che ingolfano di carta bollata i tribunali  (ingiurie, coltivazione di cannabis terapeutica, guida senza patente, atti osceni e abuso della credulità popolare), ora sarà il caso di attribuire rilevanza criminosa a una pratica recente, colpevole di fare violenza a soggetti tra i più deboli e indifesi della nostra società: i bambini. Uhm…Forse proprio di violenza non si tratta, e che i bambini siano soggetti deboli e indifesi è tutto da dimostrare, a volte la sanno più lunga dei grandi.
Riformuliamo meglio:  una pratica recente che diseduca gravemente i bambini, e ne compromette il sereno sviluppo psicofisico. 

Negli studi televisivi italiani si aggira il fantasma di Baby Masterchef. Ha iniziato una rete specializzata in performances culinarie, e in tante l’hanno imitata, nei pomeriggi languorosi che cullano la peristalsi laboriosa  degli italiani, e ne rinfocolano la voracità del giorno dopo. Producer impietosi hanno strappato ai loro giochi, bambole, Lego e computer (questo magari è un merito), piccoli ambosesso dagli 8 ai dodici anni, e li hanno piazzati, zinale sui fianchi e cappello da cuoco sui riccioli, davanti a fornelli e padelle.
Tre chef famosi per le torture inflitte ai grandi in analoghe trasmissioni, anche in questa ordalia gastronomica in miniatura fanno la parte dei giudici, sforzandosi di metterci in più, vivaddio, la bonomia degli  zii scapoli che in mancanza di moglie han dovuto adattarsi a cucinare. Gli infanti si presentano guardando l’occhio rosso della telecamera e  dichiarando seri seri la loro passione di piccoli Escoffier,  vengono divisi in coppie contrapposte, annunciano le ricette che andranno ad eseguire, e intanto dietro le quinte papà e mamma sorridono alla tv e, non visti, si azzuffano col parentame omologo e avverso. Quarti di finale, semifinale, finale, gli amichetti eliminati tifano secondo simpatia, i giudici urlacchiano perentori tempi e metodi (“Manca un minuto! Attenta ti si bruciano i broccoli…”), i duellanti inquadrati che nemmeno un battaglione di parà (“Agli ordini chef! La zuppa di funghi è pronta, chef!), le confessioni in time out, arroganti o timorose (“La tartare di asparagi e tartufi è il mio forte, li stendo tutti…Ero sicuro dei gamberoni flambé, ma forse ho messo troppo cognac…”).

La gara è finita, chi ha vinto e chi ha perso, sorrisi trionfanti e lacrimucce, un assegno e la segnalazione a scuole di cucina prestigiose,  delusioni e intenti ostinati a reiterare il sogno, genitori che trillano di felicità o consolano i bimbi malcelando il cruccio, maestri che assicurano: questi bambini faranno strada! Baby Masterchef non prepara a una professione  né offre i rudimenti per affrontare la vita: insegna a diventare piccoli mostri sociopatici, inocula i virus della competizione più stressante, della ricerca del successo ad ogni costo, del paraculismo. Predispone ad imitare con successo i peggiori vizi del mondo adulto. Andrebbe perciò perseguita e condannata, signori della corte. Unico elemento positivo: spazza via gli schemi di genere, relega in cantina la casa di bambola e le chicchere e i piattini che erano prerogativa unica delle bambine, infatti sono soprattutto i maschietti a cimentarsi. Forse hanno già capito - Cracco docet - che se vinceranno non solo faranno il primo passo verso la fama, ma si aprirà loro anche un futuro da sex symbol.