Nino D'Antonio, una vita fra libri, arte e vino

Nino D'Antonio, una vita fra libri, arte e vino


di Alessandra Calzecchi Onesti

E' il dodicesimo o tredicesimo libro scritto per noi da Nino? E' difficile tenere il conto di tutti i preziosi contributi che questo Ambasciatore (di nomina e di fatto)  delle Città del Vino ci ha regalato in oltre vent'anni di amicizia.  E' uscito da poche settimane il volume 'Maestri in Primitivo' edito da Ci.Vin., che chiude la trilogia delle pubblicazioni sul Primitivo della  Cantina Cooperativa di Manduria, e l'occasione offre lo spunto per una chiacchierata con Nino D'Antonio, per anni docente-zingaro di Letteratura Italiana presso una folla di cattedre sparse per il mondo.

Scrittore e giornalista, autore di una trentina di libri e di una serie di documentari televisivi che gli sono valsi il primo premio al Festival Internazionale del Film Turistico. Uno “scapolo giramondo” l'hanno chiamato, ma lui preferisce definirsi un “napoletano con un patologico vizio della curiosità”, approdato al mondo del vino negli anni '50 come testimonia anche la sua ormai storica collezione di bottiglie accuratamente selezionate.

Da allora i suoi scritti e le sue affascinanti affabulazioni su quello che si nasconde dietro un’etichetta o dentro una bottiglia di vino accompagnano  gli appuntamenti e le ricorrenze dell'Associazione delle Città del Vino. Tra gli altri, per  Ci.Vin. ha  scritto: “A passo d'uomo nelle terre del vino” (a quattro mani con l'enologo di fama internazionale Riccardo Cotarella, 2015), “Un tris vincente -  Angelo Maci, I vini del Salento, le Cantine Due Palme” (2013), “Riccardo Cotarella. Quasi un ritratto” (2012), “Don Calò - Venti racconti intorno al vino” (2011), “Incontri in cantina” (2009), “Campania. Le città del Vino” e  “Uomini e Vini - Venti ritratti a tutto tondo”  (2007), “II vini che fanno la storia. La civiltà Arbëreshe del Pollino” (2006), “Costa d'Amalfi. Borghi Divini"  (2005), “Vini e gente di Sicilia” (1995). 

Nel 2007 ha dato poi vita, a Torrecuso nel beneventano, al Museo Enologico di Arte Contemporanea costituito dal ricco contributo di nuove opere al patrimonio di quadri già esistenti e nati per celebrare il Ventennale dell'Associazione attraverso una serie di mostre itineranti. Nino D’Antonio ha, inoltre, vinto vari premi nazionali di giornalismo e nell’’83 gli è stato assegnato il Premio Cultura della Presidenza del Consiglio.

Partiamo dall'ultima fatica letteraria per chiedere a Nino come sia nata l'impostazione del libro voluto dalla storica cantina pugliese per raccontare una delle realtà vitivinicole più importanti del Belpaese.

La storia di un vino è anche la storia di un popolo. Non sfugge a questa regola il Primitivo, vitigno e vino di antichissime origini, patrimonio culturale della Puglia e simbolo di una enologia in continua evoluzione. Nell’area più a sud del “tacco d’Italia” un tempo si producevano uve e vini ricchi e corposi che nessuno imbottigliava (veniva commercializzato quasi esclusivamente sfuso) e che prendevano la via del nord Italia e dell’Europa, per arricchire vini nobili, ma deboli di struttura e quindi poco longevi. Poi, grazie anche alla spinta della Cantina Produttori di Manduria, si è finalmente capito che il Primitivo poteva contare su una propria identità,  non più destinato ad illuminare le qualità di altri vini - oltretutto neanche della sua stessa terra - ma capace di godere di luce propria. Così ho provato a narrare la storia della  cooperativa e del lavoro svolto da chi ne ha curato lo sviluppo in oltre ottant'anni, senza però trascurare le testimonianze dirette di alcuni soci, personaggi talvolta curiosi, eclettici: l'attore, il letterato, il repubblichino, il ballerino, il marinaio, chi parla ai cavalli.... Ne è uscito  un quadro ad effetto di varia umanità, composto da tante microstorie di vita quotidiana legate alla terra, al Primitivo, alle famiglie. Ed è proprio questa, forse, una parte fondante della "maestria" che negli ultimi anni sta portando  successi e riconoscimenti ai vini della Cantina, come per esempio le due Medaglie d'Oro alla Selezione del Sindaco 2015.

Una altra tappa, insomma, per l'avvincente viaggio dalle Alpi alla Sicilia iniziato con  “Incontri in cantina” e “Uomini e Vini”, dove il caleidoscopico universo del vino emerge vivido e reale da  parole e  pause in punta di penna, come si diceva di schizzi e disegni  realizzati con mano leggera ma capaci di rendere in pochi segni un ritratto o un paesaggio...

Ho sempre cercato di evitare di “somministrare interviste”, dando spazio  piuttosto ad un approccio fatto di provocazioni e di complicità, di convincimenti e di dubbi, andando alla ricerca del “personaggio” per mettere insieme un ritratto che avesse l’azienda e il territorio in filigrana e in primo piano l’uomo con i suoi interessi, le sue letture, le sue aspirazioni.  Ho cercato di tracciare, con  tono discorsivo ma il più possibile denso di notizie, il  panorama delle nostre realtà enologiche legandole non solo alla qualità e al prestigio del vino, ma alla personalità del produttore.

Una “pennellata” su come è nata questa relazione con le Città del Vino, che tanti frutti ha dato?

La mia vicenda prende l’avvio dall’affettuoso rapporto di amicizia con i due “Paolo”, Benvenuti e Corbini, che è come dire la mente e il cuore delle Città del Vino. Invitato alla cena di gala di una convention, mi ritrovai insieme a Benvenuti, senza posto. L’avevamo entrambi ceduto a una coppia di ospiti. Ci sistemammo così a ridosso della cucina, su un tavolino d’emergenza, dove passammo la serata a parlare non di vini, ma di filosofia. Mi preparavo in quei giorni a tenere una relazione a Trapani sulla poesia del Secondo Novecento, e Paolo mi propose di sfruttare l’occasione per scrivere qualcosa per l’Associazione. “Non voglio un discorso tecnico, ma qualcosa di piacevole lettura, in cui il vino si mescoli ai luoghi, alle persone, agli usi locali...”.

Nasce così  “Vini e gente di Sicilia”, il primo libro di una collana delle Città del Vino destinata ad avere in seguito parecchia fortuna. Poi la collaborazione sempre più fitta con la rivista Terre del Vino e, uno dietro l’altro, i  libri. Sono diventato così, nel corso di questi anni, lo “scrivano” delle Città del Vino e spesso il cantastorie di quelle convention dove al simposio si decide di aggiungere una chiacchierata sugli antichi rapporti fra vino, arte e cultura. In questa veste ho raccontato la poesia anarchica e vitaiola di Folgòre di San Gimignano, coevo di Dante, alla convention nell’omonimo comune; poi la Civiltà dei Messapi a Cellino San Marco, e ancora la Magna Grecia a Cirò. Fare lo scrivano per le Città del Vino (tradendo spesso i miei interessi letterari) mi ha anche dato qualche riconoscimento. Sono stato nominato Ambasciatore. Forse perché sono il più vecchio fra i militanti. Anche se lo scrivano non è né piccolo né fiorentino, come il protagonista del celebre racconto di De Amicis.

Questo lungo impegno per le Città del Vino, i grandi protagonisti dell'enologia italiana che hai incontrato, la tua  profonda conoscenza di vini e territori, ti rendono un interlocutore privilegiato per avere una valutazione sul quarto di secolo da poco doppiato dall'Associazione.

Il mio incontro con le Città del Vino è legato all’attività degli ultimi sei presidenti, che significa poco meno di vent'anni. Mi manca, in effetti, la nascita e la fase di avvio, quella che maturò nel clima d’incertezza e di smarrimento per lo scandalo del metanolo. La mia cronaca esclude, infatti, gli anni più intensi e inevitabilmente controversi del decollo, quando un pugno di Comuni di antica e consolidata tradizione vitivinicola si strinsero intorno a un progetto carico di ambizione e di incognite: quello di riportare il vino italiano ai suoi trascorsi più nobili, a quella onesta fatica contadina che l’aveva accreditato nel mondo. Anche se, superato il  primo decennio, si sono costantemente allargati gli obiettivi e costruiti ruoli ben più complessi nella politica dell’Associazione.

Ma il bilancio delle Città del Vino non lascia spazio a dubbi. Direi anzi che se un merito va riconosciuto all’Associazione è proprio quello di una costante e fattiva azione che si è sempre svolta oltre i confini comunali, per coinvolgere interi comprensori all’insegna di quei vini-bandiera che segnano l’identità di un territorio. Perché è qui - a mio avviso - il carattere distintivo  della sua politica: il vino come simbolo, spia, forza propulsiva fra le più dinamiche nell’economia di questi anni. Il vino come difesa dell’ambiente, delle tradizioni, della cultura.

E il futuro come lo vedi?

Non azzardo profezie. Ma il fatto che il vino italiano, a dispetto di ogni crisi, guadagni il primo posto nel mondo, precedendo Francia e Spagna, legittima ogni speranza. Anche se non basta tagliare un traguardo. Bisogna mantenere le posizioni e possibilmente consolidarle. E qui non è sufficiente la politica e gli interventi dei singoli organismi - Ministero per le politiche agricole, Coldiretti, Città del Vino, Camere di Commercio, Federvini ecc. - fino alla stampa di settore, alquanto cresciuta in questi ultimi anni, ma sempre in difficoltà economiche.

Solo unendo queste forze con sicure alleanze si possono garantire le migliori prospettive per il nostro vino. Specie se si tiene conto che il terreno di scontro non è più quello dell’Europa e degli States, ma l’Estremo Oriente, con tutte le difficoltà organizzative ed economiche che questi nuovi mercati comportano. Insieme si vince, sentiamo spesso ripetere. Ed è triste che questa convinzione, pur largamente diffusa, non trovi poi un reale riscontro.

Ancora un grazie, allora, a Nino e che continui ad incantarci con le sue garbate storie che ci raccontano i talenti, il lavoro e la cultura del vino di ieri, oggi e domani!