Un Prosecco che viene da lontano

Un Prosecco che viene da lontano


La produzione del Prosecco Superiore Dei Vescovi inizia nel 2015, quando ho scelto di sottrarre un po’ di tempo alla libera professione di architetto per assumere in prima persona la gestione dei vigneti e della proprietà tutta, ereditati assieme al fratello Daniele dai nonni”, racconta Rosy Gatto, la titolare di questa piccola azienda nell’area DOCG di Valdobbiadene.

Due vigneti, con un’estensione complessiva di circa 5000 mq, che risalgono agli anni ‘40 e mantengono le caratteristiche tipiche della tradizione, tra cui vari alberi da frutto, gelsi lungo i filari e persino il salice dai cui rami si ottenevano i legacci per le viti.

Il pregio dei vigneti storici di collina, a parte la loro bellezza naturale e autentica, sta nel fatto che sono costituiti da viti al tempo messe a dimora con innesti che le hanno rese molto più resistenti di quelle odierne. Viti che, pur producendo meno di una pianta giovane, offrono uva di gran lunga più buona e con qualità organolettiche più complete e che ospitano 4 differenti uvaggi: Prosecco (o Glera) per l’85% circa insieme a Bianchetta, Verdiso e Perera che concorrono ad esaltare rispettivamente acidità, freschezza ed aroma.

Qui si praticano sistemi di coltivazione e manutenzione delle vigne adatti a migliorarne la resistenza attraverso metodi di potatura di precisione che rispettano la fisiologia della vite. E’ stato ridotto al minimo l’uso di fitofarmaci ed eliminati i dissecanti. Tutte le lavorazioni sono manuali, compresa la vendemmia. Utilizzando solo uve proprie, le bottiglie (poche migliaia all’anno) esprimono le peculiarità dei terreni e soprattutto il gusto naturale dell’annata.  

Le uve vengono conferite in un'unica autoclave ad una cantina di fiducia, permettendo che l’imbottigliamento venga fatto in una sola giornata durante l’anno. Il marchio Dei Vescovi di cui si fregia il prodotto finale - un Valdobbiadene millesimato, lavorato sotto forma di spumante brut - ricorda il soprannome di famiglia della madre di Rosy ed è rappresentato all’interno di un’etichetta a forma di mitra, il copricapo con le code usato dai vescovi.

Tutte le bottiglie prodotte sono numerate e riportano nel retro etichetta la località specifica di produzione con i mappali catastali di riferimento. Non meno importante è la location in cui ha sede uno dei due vigneti e la cantina, detta “caneva“, presso l’antica dimora  in pietra dei bisnonni paterni, dove si accolgono visitatori e amici. In questo luogo si unisce la storia di due famiglie insieme a tante tracce del passato della borgata.