Studio sull’enoturismo nell’Oltrepò Pavese

Studio sull’enoturismo nell’Oltrepò Pavese

Gli ingredienti per confezionare una buona offerta enoturistica ci sono tutti, ma occorre puntare di più sul rafforzamento della matrice identitaria per aumentare l’appeal di questa storica area vitivinicola. E’ quanto emerge dallo studio sulle opportunità di sviluppo del settore enoturistico nell’Oltrepò Pavese realizzato dal Censis Servizi S.r.l. per l’Associazione Nazionale Città del Vino.

Una superficie di 1.098 chilometri quadrati, dei quali un terzo di pianura e due terzi di collina e montagna, e di questi il 30% circa iscritto alla zona di produzione a denominazione di origine, con 13.600 ettari a vigneto pari al 13% circa dell’intera area, di cui quasi l’80% produce uva DOC. L’Oltrepò è  per estensione vitata la terza area europea per il Pinot nero, l’uva con la quale si producono spumanti e champagne (prima ci sono solo Borgogna e, appunto, Champagne): è in queste poche cifre che si riassume la vocazione vitivinicola di un’area già citata per queste sue caratteristiche da autori greci e romani, e poi ancora ininterrottamente dall’Alto medioevo a oggi. Si aggiunga l’esistenza di notevoli risorse storiche, artistiche e paesaggistiche e di una buona cucina: sembra dunque non mancare nulla per “catturare” visitatori sempre in cerca di nuove mete e nuove esperienze nell’ambito del turismo del vino, eppure … 

Il sistema produttivo pavese punta prevalentemente sul prodotto e non sulla sua filiera e questo fa sì che l’Oltrepò sia ancora visto come un territorio in cui si produce vino (con quantità e qualità notevoli) ma che non attrae un turismo esigente, se si escludono i “gitanti della domenica”: i dati sui flussi di provenienza ed i tempi medi di permanenza confermano, infatti, una tendenza al “mordi e fuggi” per lo più di visitatori delle altre province lombarde, Milano su tutte.

La mancanza di una forte matrice identitaria (a partire dal vino e poi lungo le articolazioni dell’offerta turistica e gastronomica) si frappone ancora come un ostacolo molto insidioso tra le potenzialità del territorio e le sue aspirazioni a farsi meta di punta per chi si muove alla ricerca di buon vino,di cantine, enoteche e poi ancora di storie, emozioni, suggestioni, accoglienza, esperienze.  Manca inoltre, e non è fattore secondario, un vero e proprio polo di attrazione turistica, un magnete in grado di esercitare una forte richiamo, necessario (al netto di pochissime mete celebri) a qualsiasi territorio che intenda puntare sull’enoturismo, in un ottica - ormai largamente sperimentata dai cultori del marketing a cominciare dalla Napa Valley - dell’“how to do today”.

Nonostante la pesante congiuntura economica l’enoturismo italiano (e non solo) sembra poter offrire ancora delle buone occasioni di sviluppo territoriale, ma solo se le scelte strategiche saranno condivise da tutti gli attori del sistema (amministratori pubblici, produttori, soggetti del terziario, ecc.) e rese funzionali in relazione a target turistici e modelli da perseguire chiari e sostenibili.

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